La diffusa e classica abitudine di mangiarsi le unghie non è semplicemente un «brutto vizio». Secondo alcuni psichiatri presto potrebbe essere definito un disturbo ossessivo-compulsivo al pari di una malattia mentale. Secondo l’American Psychiatric Association, infatti, l’onicofagia, termine medico per chiamare questo tipo di comportamento, è da considerare una malattia mentale, un disturbo compulsivo della mente di chi pratica tali quotidiane azioni. Un gesto abituale, giustificato per scaricare la tensione o semplicemente di accompagnamento per mantenere salda la concentrazione, da considerare al pari di un vizio da cui è difficile staccarsi (per molti esperti è anche peggio del vizio del fumo). Questo accanirsi sulle unghie, tralasciando il lato estetico, comporta anche una serie di rischi, come portare in bocca germi e batteri che si nascondono sotto le unghie, o la formazione della carie, poiché si intacca la sostanza diamantina degli incisivi. Secondo gli psichiatri americani, il mangiarsi le unghie potrebbe entrare a far parte della nuova edizione del «Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders» (DSM), una sorta di bibbia dei disturbi mentali cui fanno riferimento medici, psicologi e psichiatri di tutto il mondo.
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lunedì 19 novembre 2012
mercoledì 14 novembre 2012
I prodotti per bimbi che fanno bene alle mamme ..........Molti prodotti per il benessere dei bambini sono adatti anche alla bellezza delle loro mamme. Per una cosmesi a prova di bebè!
scritto da GIULIA MATTIOLI (NETXA)
Da quando è arrivato il bebè l'armadietto del bagno straripa? Non sapete più dove mettere creme e cremine, pomate e pomatine, polveri e polverine? Il vostro beauty-case non ha più una collocazione? Bene, leggete attentamente perché c'è una buona notizia per quanto riguarda la gestione dei prodotti: moltissimi fra quelli che usate per il benessere del vostro bambino, sono perfetti per rimpiazzare la cosmesi delle mamme.
Ottimo per il piccolo, perfetto anche per la mamma: l'amido di riso che si aggiunge all'acqua del bagnetto dei neonati è un eccellente emolliente per la pelle. Se fa bene alla cute delicata dei piccini, immaginate quanto morbida e setosa diventa quella di mamma. Perfetto per bagni, impacchi, pediluvi.
Lo stesso discorso vale per gli oli per la pelle. Creati appositamente per lenire le irritazioni, il prurito, la secchezza della cute del neonato, hanno esattamente la stessa funzione su quella degli adulti, e inoltre le formule sono molto delicate e solitamente a base vegetale. Inoltre li potete utilizzare per scrub casalinghi, aggiungendo una sostanza granulosa come ad esempio lo zucchero.
La pomata che solitamente si usa per il sederino dei bimbi, che a causa del pannolino soffrono frequentemente di dermatiti, è adatta anche ai problemi della pelle delle mamme. Prendete ad esempio un post-ceretta, magari inguinale: il rossore e l'infiammazione che sopraggiungono si possono lenire con le paste e le pomate allo zinco create per i piccini.
Ancora, il borotalco: lo stesso prodotto che utilizzate per vostro figlio, può tornare utile quando non avete avuto tempo di fare lo shampoo, e chi ha un bimbo piccolo sa bene che succede. Distribuitelo uniformemente sul cuoio capelluto, e per un giorno in più i vostri capelli risulteranno puliti, perché il borotalco assorbe il sebo in eccesso. Infine, per quanto riguarda i capelli se quelli di mamma tendono ad essere secchi e sfibrati, nulla di meglio dello shampoo per i piccoli: la sua formulazione leggera garantisce chiome setose, protette contro le aggressioni di tinte e agenti atmosferici.
Ottimo per il piccolo, perfetto anche per la mamma: l'amido di riso che si aggiunge all'acqua del bagnetto dei neonati è un eccellente emolliente per la pelle. Se fa bene alla cute delicata dei piccini, immaginate quanto morbida e setosa diventa quella di mamma. Perfetto per bagni, impacchi, pediluvi.
Lo stesso discorso vale per gli oli per la pelle. Creati appositamente per lenire le irritazioni, il prurito, la secchezza della cute del neonato, hanno esattamente la stessa funzione su quella degli adulti, e inoltre le formule sono molto delicate e solitamente a base vegetale. Inoltre li potete utilizzare per scrub casalinghi, aggiungendo una sostanza granulosa come ad esempio lo zucchero.
La pomata che solitamente si usa per il sederino dei bimbi, che a causa del pannolino soffrono frequentemente di dermatiti, è adatta anche ai problemi della pelle delle mamme. Prendete ad esempio un post-ceretta, magari inguinale: il rossore e l'infiammazione che sopraggiungono si possono lenire con le paste e le pomate allo zinco create per i piccini.
Ancora, il borotalco: lo stesso prodotto che utilizzate per vostro figlio, può tornare utile quando non avete avuto tempo di fare lo shampoo, e chi ha un bimbo piccolo sa bene che succede. Distribuitelo uniformemente sul cuoio capelluto, e per un giorno in più i vostri capelli risulteranno puliti, perché il borotalco assorbe il sebo in eccesso. Infine, per quanto riguarda i capelli se quelli di mamma tendono ad essere secchi e sfibrati, nulla di meglio dello shampoo per i piccoli: la sua formulazione leggera garantisce chiome setose, protette contro le aggressioni di tinte e agenti atmosferici.
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martedì 13 novembre 2012
Come smettere di fumare senza ansia ...............Agire sugli effetti della nicotina nell’organismo può aiutare a smettere di fumare alleviando il senso di ansia che spesso si cerca di lenire proprio fumando. Quello stessa ansia che spesso fa riprendere a fumare chi tentava di smettere
La ricerca di nuovi e più efficaci metodi per smettere di fumare pare non fermarsi mai.
Siamo passati dall’ipnosi, alla terapia comportamentale, all’agopuntura… per finire con le sigarette elettroniche. Oggi, un nuovo studio statunitense, suggerisce che l’inattivazione di una specifica sottoclasse di recettori della nicotina può essere una efficace strategia per aiutare chi vuole smettere di fumare, senza incappare nei problemi di ansia che spesso accompagnano questa fase – e che sono altrettanto spesso ritenuti responsabili dell’insuccesso. Allo stesso modo, con questa strategia verrebbe meno lo sprone a fumare proprio innescato dal bisogno di placare l’ansia.
I ricercatori del Dipartimento di Farmacologia e Tossicologia presso la Virginia Commonwealth University School of Medicine, sono partiti dal presupposto che molti dei fumatori dichiarano di accendere una sigaretta per lenire l’ansia. Da qui, hanno voluto esplorare i meccanismi, ovvero le vie neurochimiche che sottendono allo stimolo e all’abitudine al fumo.
Nello studio, condotto su modello animale e i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista PLoS ONE, gli autori hanno osservato che sia basse dosi di nicotina che l’inattivazione della sub-unità Beta2, una specifica sottoclasse di recettori nicotinici che si legano alla nicotina – e che è un antagonista del recettore nicotinico – hanno mostrato effetti simili nel ridurre l’ansia.
L’azione specifica sull’organismo, e in particolare sul cervello, tuttavia pare avvenga in un’altra area, che non è quella deputata al senso di ricompensa.
«Questo studio è unico, perché suggerisce che la nicotina può agire mediante l’inattivazione, piuttosto che l’attivazione, dei recettori nicotinici ad alta affinità – spiega nel comunicato VCU la dottoressa Darlene Brunzell – La nicotina agisce come una chiave che apre recettori della nicotina nel cervello. Di solito questa chiave apre il recettore, ma altre volte la nicotina è come una chiave che si è rotta all’interno della serratura. I nostri risultati suggeriscono che basse dosi di nicotina possono bloccare uno specifico sottotipo di recettore coinvolto in questa apertura, che è importante per regolare il comportamento ansioso».
Il prossimo passo, già intrapreso dai ricercatori, è quello di identificare quali siano le aree del cervello che regolano gli effetti sull’ansia della nicotina. Il fine è quello di arrivare a scoprire come l’inattivazione della sub-unità Beta2, contenente i recettori nicotinici, possa alleviare l’ansia nei fumatori.
«Comprendere come altre sub-unità si combinano con la sub-unità beta2 per formare i recettori critici che regolano l’ansia, potrebbe portare a terapie selettive con minori effetti collaterali», conclude Brunzell.
Un nuovo metodo antifumo potrebbe dunque arrivare ad allargare la già numerosa famiglia di tecniche per smettere di fumare che promettono, tutte, di essere efficaci.
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domenica 11 novembre 2012
La salute del cuore si legge nel viso ...........Chi mostra un viso invecchiato, o appare più vecchio di quanto non lo sia, può essere più a rischio di malattie cardiache o attacco di cuore. Uno studio svela quali sono i segni premonitori
Apparire più giovani non è solo una questione estetica, ma può essere indice di salute del cuore, secondo gli specialisti e i cardiologi riuniti a Los Angeles per il congresso annuale della American Heart Association (AHA).
Poco vale sottoporsi a lifting e ritocchini vari per apparire più giovani: la possibilità che si sia a rischio di malattie cardiache o attacchi cuore (come infarto e simili) resta comunque. Il viso naturalmente giovane o invecchiato è dunque lo specchio della salute del cuore, ritiene la dottoressa Anne Tybjaerg-Hansen, professore di biochimica clinica presso l’Università di Copenaghen (Svezia), che ha coordinato uno studio nel quale sono stati svelati quali sono i segni distintivi.
I ricercatori, per arrivare alle loro conclusioni, si sono avvalsi del Copenhagen City Heart Study, avviato verso la fine degli anni Settanta. Lo studio ha visto il coinvolgimento di circa 11mila persone con un’età media di 40 anni e più.
Tutti i partecipanti sono stati osservati e catalogati in base ai segni visibili sul volto come, per esempio, rughe nei vari punti del viso, il colore dei capelli (ossia l’incanutimento), la stempiatura o la calvizie; l’ingiallimento e i depositi di grasso nei pressi delle palpebre – detti xantelasmi; la cordonatura e le pieghe dei lobi delle orecchie e via discorrendo.
Durante il periodo di follow-up, durato 35 anni, si sono verificati 3.400 casi di malattie cardiache. Di cui 1.700 partecipanti hanno subìto un attacco di cuore.
A seguito della osservazione e comparazione dei segni associati all’invecchiamento, i ricercatori hanno stabilito che in linea generale la presenza maggiore di rughe e capelli grigi è collegata a un aumentato rischio di malattia. Gli altri quattro segni rivelatori come la stempiatura, la calvizie, i lobi delle orecchie piegati e i depositi di grasso vicino alle palpebre sono stati associati a un aumentato rischio di malattie cardiache.
Nello specifico, tra i partecipanti allo studio che mostravano i quattro segni del tempo avevano il 39% più probabilità di sviluppare malattie cardiache e il 57% più probabilità di avere un attacco di cuore, rispetto a coloro che presentavano un aspetto più giovanile a parità di età.
«L’osservare chi appare più vecchio per la sua età è un buon segnalatore di una scarsa salute cardiovascolare – ha spiegato nel comunicato UC, la dottoressa Tybjaerg-Hansen – Controllare questi segni visibili di invecchiamento dovrebbe essere parte della routine di ogni esame medico fisico».
Altri specialisti, commentando i risultati dello studio, sottolineano che questi segni dell’invecchiamento non sono da confondere con una causa delle malattie cardiache, ma semmai soltanto un possibile riflesso. Allo stesso modo, i casi vanno trattati singolarmente e la presenza più o meno marcata di rughe o altri segni non deve far necessariamente intendere che si è malati di cuore. D’altronde l’invecchiamento è parte della vita, e questo implica che la salute possa risentirne. Se tuttavia una persona appare più vecchia di quello che effettivamente è, è più probabile che sia più sciupata e forse più debole, per cui anche potenzialmente più soggetta a malattie che non il coetaneo più in forma.
Uno stile di vita sano può, in questi casi, fare spesso la differenza e non solo nell’apparire più giovani, ma anche nell’esserlo davvero.
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venerdì 2 novembre 2012
Cancro, scoperta molecola che obbliga le cellule dei tumori a 'suicidarsi'......Nella lotta al cancro, la ricerca delle cura potrebbe aver segnato un passo importante. I ricercatori dello statunitense Cold Spring Harbor Laboratory hanno scoperto una molecola che “obbliga” le cellule tumorali a suicidarsi. Gli studiosi hanno esaminato diversi tipi di tumore al cervello. .
Come riporta il quotidiano spagnolo El Mundo, le cellule malate presentavano una mutazione di un gene denominato Pk-M il quale produce una proteina che stimola la crescita cellulare ad una velocità molto maggiore rispetto alle cellule sane.
Perché un tumore proliferi e sopravviva ha dunque bisogno di una grande quantità di questa proteina: i ricercatori sono riusciti a mettere a punto una molecola in grado di inibirne l’azione, facendo in modo che le cellule tumorali si comportino come quelle sane e dunque subiscano l’apoptosi, o morte programmata.
Tuttavia, l’indagine si trova a uno stadio iniziale e saranno necessari studi su animali e valutazioni dei possibili effetti secondari prima che si possa parlare di applicazioni cliniche.http://qn.quotidiano.net
L'ansia è 'contagiosa' Attenti, genitori a non passarla ai figli
Roma, 2 novembre 2012 - L’ansia può essere contagiosa: i genitori con disturbo d’ansia sociale più degli altri possono comportarsi in modo tale da moltiplicare il rischio che i figli diventino, a loro volta, ansiosi. E’ quanto emerge da un piccolo studio di coppie genitori-figli condotto al Johns Hopkins Children’s Center (Usa) e pubblicato su ‘Child Psychiatry and Human Development’.
In particolare, i ricercatori hanno individuato un sottoinsieme di comportamenti nei genitori con disturbo d’ansia sociale - il tipo più diffuso - che rischiano di innescare lo stesso problema nei bambini. Il team di Golda Ginsburg sottolinea che lo studio non ha verificato direttamente se i comportamenti dei genitori hanno portato all’ansia nei bambini, ma “i medici che trattano i genitori con ansia sociale - dicono gli studiosi - dovrebbero essere allertati sul potenziale impatto del disturbo sui piccoli”. I ricercatori hanno analizzato le interazioni tra 66 genitori ansiosi e i loro 66 bambini, tutti dai 7 ai 12 anni.
Tra i genitori, 21 avevano ricevuto una diagnosi di ansia sociale, e a 45 era stato diagnosticato un altro disturbo d’ansia. Utilizzando una scala da 1 a 5, i ricercatori hanno valutato il calore e l’affetto dei genitori verso il bambino, le critiche del piccolo, l’espressione di dubbi sulle sue prestazioni e la sua capacità di completare l’operazione, la concessione di autonomia e l’iper-controllo dei genitori.
Ebbene, gli adulti con diagnosi di ansia sociale hanno mostrato meno calore e affetto verso i loro figli, li hanno criticati di più, esprimendo più dubbi sulla capacità dei propri bambini di eseguire il compito che dovevano svolgere. Tutti elementi che, dicono i ricercatori, rischiano di ‘accendere’ l’ansia anche nel piccolo.
Potresti aver avuto un ictus e non te ne sei accorto .....La maggioranza delle persone che hanno avuto un ictus transitorio non se ne accorgono, ma rischiano grosso. Più di due terzi delle vittime non è in grado di riconoscere i sintomi del TIA, l’attacco ischemico transitorio
Molte persone potrebbero aver subìto un ictus e non essersene rese conto. Sono infatti almeno due terzi coloro che non sono in grado di riconoscere i sintomi del TIA, l’attacco ischemico transitorio – anticamera dell’ictus vero e proprio in grado di rendere disabile o far morire la persona. Questo evento conseguente, secondo la UK Stroke Association, si verifica in una persona su dieci che ha avuto un TIA, ed entro una settimana dall’evento, se non adeguatamente curato.
In Italia, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, i casi di ictus sono circa 200mila ogni anno. Di questi l’80% sono “nuovi” episodi e il 20% delle recidive. In questo 80% possono dunque rientrare anche i casi di TIA che si sono evoluti.
Da queste cifre molto alte – quasi un caso ogni cinque minuti – si capisce come sia importante rendersi conto se si è stati vittime di un TIA e non lo si è capito. E, sebbene, l’ictus colpisca in prevalenza le persone di oltre i 65 anni di età, oggi è risaputo che può tranquillamente colpire persone giovani e perfino i bambini – specialmente l’attacco ischemico transitorio.
L’indagine promossa dalla britannica Stroke Association ha messo in luce un fenomeno legato al TIA che ha destato molta preoccupazione tra le istituzioni sanitarie. Si è scoperto infatti che soltanto il 26% delle persone intervistate si sarebbe recata al pronto soccorso a seguito di sintomi come senso di puntura come da spilli o formicolio diffuso su un lato del corpo, improvvisi problemi di linguaggio, debolezza facciale e del corpo in genere, cecità temporanea e altri. Tutto questo, nonostante l’87% degli intervistati abbia dichiarato che sarebbe preoccupato dall’insorgere di detti sintomi.
Questa indagine ha pertanto mostrato che sulla materia vi è un’ignoranza diffusa e che diventa indispensabile fare più informazione e sensibilizzare le persone sulla necessità di tenere sotto controllo l’insorgenza di eventuali sintomi e di recarsi al più presto dal medico o in ospedale per ottenere le cure del caso. Come detto, se non trattato adeguatamente, il TIA si può con facilità trasformare in un ictus, con tutte le disastrose conseguenze del caso. Occhio dunque a conoscere quali sono i sintomi e, nel caso, rivolgersi immediatamente ai servizi sanitari.
In Italia, secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, i casi di ictus sono circa 200mila ogni anno. Di questi l’80% sono “nuovi” episodi e il 20% delle recidive. In questo 80% possono dunque rientrare anche i casi di TIA che si sono evoluti.
Da queste cifre molto alte – quasi un caso ogni cinque minuti – si capisce come sia importante rendersi conto se si è stati vittime di un TIA e non lo si è capito. E, sebbene, l’ictus colpisca in prevalenza le persone di oltre i 65 anni di età, oggi è risaputo che può tranquillamente colpire persone giovani e perfino i bambini – specialmente l’attacco ischemico transitorio.
L’indagine promossa dalla britannica Stroke Association ha messo in luce un fenomeno legato al TIA che ha destato molta preoccupazione tra le istituzioni sanitarie. Si è scoperto infatti che soltanto il 26% delle persone intervistate si sarebbe recata al pronto soccorso a seguito di sintomi come senso di puntura come da spilli o formicolio diffuso su un lato del corpo, improvvisi problemi di linguaggio, debolezza facciale e del corpo in genere, cecità temporanea e altri. Tutto questo, nonostante l’87% degli intervistati abbia dichiarato che sarebbe preoccupato dall’insorgere di detti sintomi.
Questa indagine ha pertanto mostrato che sulla materia vi è un’ignoranza diffusa e che diventa indispensabile fare più informazione e sensibilizzare le persone sulla necessità di tenere sotto controllo l’insorgenza di eventuali sintomi e di recarsi al più presto dal medico o in ospedale per ottenere le cure del caso. Come detto, se non trattato adeguatamente, il TIA si può con facilità trasformare in un ictus, con tutte le disastrose conseguenze del caso. Occhio dunque a conoscere quali sono i sintomi e, nel caso, rivolgersi immediatamente ai servizi sanitari.
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