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venerdì 29 marzo 2013
casatiello
CASATIELLO RUSTICO
dosi per 6 persone
Ingredienti
1kg di farina
75g lievito di birra
250g di sugna
1 etto di pecorino grattugiato
1etto di provolone semipiccante tagliato a cubetti
½ etto di provolone piccante tagliato a cubetti
6 uova ben lavate ed asciugate
sale
pepe nero in abbondanza
Procedimento
Intridete la farina con 100g di sugna, il lievito, poco sale e tanta acqua tiepida, fino ad ottenere una pasta piuttosto morbida, che lavorerete per almeno una decina di minuti (si posson anche mettere tutti gli ingredienti nell’impastatrice,ma pur risparmiando molto lavoro, il risultato non sarà il medesimo: per le preparazioni culinarie partenopee occorre usare le mani nude sfruttandone il calore, non dimenticando che quattro sono gli ingredienti indispensabili nelle preparazioni culinarie: ottime materie prime, attenzione, tempo e lavoro impegnativo ). Mettete a lievitare la pasta in un luogo tiepido, in una terrina coperta da un panno.
Quando la pasta sarà abbastanza cresciuta,ma non eccessivamente, e cioè dopo circa un’ora e mezza, mettetela sul tavolo, sgonfiatela con le mani e stendetela fino allo spessore di circa un cm. A questo punto spalmatela con la restante sugna e cospargetela con il pepe ed il formaggio grattugiato, piegate in 2 la pasta, ungetela di nuovo e ripiegatela, ripetendo questa operazione finchè avrete sugna. (Prendete un pezzetto di pasta grande quanto un panino e mettetelo da parte). Con l’ultima spalmata di sugna aggiungete il provolone tagliato a dadini ed arrotolate la pasta formando un rotolo che sistemerete in una teglia (unta ed infarinata) da forno a forma di corona circolare, unendo il rotolo di pasta alle estremità. Lasciatelo lievitare per un’altra ora.
Quando il casatiello sarà lievitato, sistematevi sopra le uova crude, col guscio ben lavato ed asciugato, con la punta rivolta verso il centro dello stampo; con la pasta tenuta da parte formate 12 bastoncini grossi come dei grissini, che sistemerete ortogonalmente a croce sulle uova per fissarle sulla sommità della pasta del casatiello.
Infornatelo in forno quasi tiepido e fatelo cuocere mantenendo la temperatura a 180° per almeno un’ora o fino a che sarà ben colorito. Si serve, tagliato a fette, con un uovo per persona, accompagnato a ricotta salata, fave fresche (crude) e salame, come antipasto.
da bere un buon Greco di Tufo
TORTANO
INGREDIENTI PER 4 PERSONE
Per la pasta: 400 g di farina, 30 g di lievito, 30 g di parmigiano grattugiato, 100 g di sugna, sale, pepe in abbondanza
Per il ripieno: 100 g di salame,100gdi prosciutto cotto , 120 g di provola affumicata, 50 g di emmenthal, 50 g di provolone semi-piccante, 2 uova sode
PREPARAZIONE "TORTANO"
In una terrina stemperate il lievito con un po' d'acqua tiepida; unite due pugni di farina, formate un panetto e lasciatelo lievitare per circa mezz'ora coperto. Versate sul tavolo la farina a fontana, e, al centro, lavorate il panetto lievitato con un pizzico di sale, il pepe, la sugna ed il parmigiano. Aiutandovi con poca acqua tiepida, incorporate la farina e lavorate l'impasto con energia per almeno 15 minuti.
Formate una pagnottella e mettetela a crescere per un'ora e mezza circa.
INGREDIENTI PER 4 PERSONE
Per la pasta: 400 g di farina, 30 g di lievito, 30 g di parmigiano grattugiato, 100 g di sugna, sale, pepe in abbondanza
Per il ripieno: 100 g di salame,100gdi prosciutto cotto , 120 g di provola affumicata, 50 g di emmenthal, 50 g di provolone semi-piccante, 2 uova sode
PREPARAZIONE "TORTANO"
In una terrina stemperate il lievito con un po' d'acqua tiepida; unite due pugni di farina, formate un panetto e lasciatelo lievitare per circa mezz'ora coperto. Versate sul tavolo la farina a fontana, e, al centro, lavorate il panetto lievitato con un pizzico di sale, il pepe, la sugna ed il parmigiano. Aiutandovi con poca acqua tiepida, incorporate la farina e lavorate l'impasto con energia per almeno 15 minuti.
Formate una pagnottella e mettetela a crescere per un'ora e mezza circa.
Nel frattempo cuocete le due uova sode e tagliate a dadini il salame il prosciutto e i formaggi. Sgonfiate la pasta battendola sul tavolo con le mani, spianatela ricavandone una sfoglia di un centimetro di spessore e distribuite su tutta la superficie il ripieno di formaggi e salame aggiungendo a distanza regolare, gli spicchi delle uova sode.
Arrotolate il rotolo a ciambella come un grosso tarallo, unendo bene le estremità.
Ungete di sugna uno stampo da ciambella piuttosto largo e ponetevi il tortano.
Lasciate lievitare ancora due ore in un luogo tiepido coperto con un panno.
Infornate a fuoco medio per un'ora, lasciate raffreddare e servite.
martedì 26 marzo 2013
Stanchezza di primavera? C'è il rimedio argentino
L’Argentina pare riservare molte sorprese.
A pochi giorni dalla nomina di Papa Francesco I, e insieme alla primavera, una nuova salutare ventata di novità sta per arrivare nel nostro Paese.
E’ la naturale riserva di energia che giunge a noi con il Mate, una pianta originaria del Sudamerica, vera e propria icona della cultura argentina, e oggetto di leggendarie storie.
Una di queste racconta che un giorno le dee Yari e Araì scesero sulla terra. Mentre stavano giocando furono oggetto dell’aggressione da parte di un giaguaro; un indio cacciatore però le soccorse e le ospitò nella sua capanna. Le dee, per ringraziarlo, decisero di regalargli un’erba protettiva e si rivelarono: “Sono Yasi, la dea che abita nella luna, e vengo per premiare la vostra bontà. La pianta che vedete è la Yerba Mate, e da ora in poi costituirà per voi e per tutti gli uomini di questa regione il simbolo dell’amicizia. E vostra figlia vivrà in eterno, e mai perderà l’innocenza né la bontà che c’è nel suo cuore. Sarà la dama della yerba”.
Il Mate o Yerba Mate è una pianta originaria del Brasile e del Paraguay, ma diffusa anche in altre regioni del Sudamerica, che in Argentina ha trovato la sua massima diffusione, tanto da diventare una parte essenziale del costume e della cultura locali.
Bere Mate non è solo un’abitudine sociale: è una sorta di “infuso di filosofia”, che si innesta nel profondo della cultura popolare argentina. Al Mate, oltre alle leggende, sono ispirate poesie, canzoni, letteratura, pittura e proverbi. Tutto questo entourage può spiegare perché consumare il Mate è vivere un simbolo, è creare uno spazio all’interno del quale si può ritrovare il tempo rubato e la voglia di comunicare attraverso un rituale quotidiano.
Ma, al di là della cultura, il Mate è riconosciuto per la sua proprietà d’infondere energia. E’ stimolo e ispirazione per gli intellettuali, rafforzamento della memoria e dell’equilibrio psico-fisico per chi si applica allo studio, naturale forza fisica e pura energia per lavoratori o sportivi o, semplicemente, animo e spirito per chi cerca di resistere agli stress della vita.
L’evidenza scientifica ha poi confermato molti di quelli che potevano essere considerati miti, avvalorando le proprietà benefiche di questa “erba” straordinaria. Da recenti studi il Mate – oltre a essere riconosciuto quale tonico e un antidepressivo – è risultato contenere vitamina C e Sali minerali (soprattutto potassio, rame, zinco, magnesio, manganese, calcio, ferro…) e possedere undici polifenoli che aiutano a prevenire l’invecchiamento.
Inoltre, grazie alla “mateina”, una sostanza simile alla caffeina di cui è ricco, esplica un potere energizzante che stimola il sistema nervoso centrale e favorisce la concentrazione – senza tuttavia i possibili effetti collaterali del caffè.
Il Mate è anche usato come disintossicante: le sue proprietà diuretiche, infatti, consentono il drenaggio del sistema circolatorio e renale; l’alto contenuto di Sali minerali, vitamine A, B1, B2, carotene e aminoacidi, oltre a fornire un’ottima integrazione alimentare all’organismo, favorisce e promuove l’equilibrio metabolico.
Una pianta che dà dunque l’idea di essere contornata da un alone di magia. Lungi tuttavia dall’essere considerata una panacea, sono indubbi i vantaggi per il benessere che questa può offrire.
La ricerca e l’innovazione, prendendo atto delle potenzialità dei diversi rimedi che la Natura ci mette a disposizione, trae vantaggio dall’utilizzo sinergico di questi prodotti per ottenere un mix adatto a chi vuole ritrovare il benessere quotidiano.
Sono diversi infatti gli integratori che possiamo trovare in erboristerie, parafarmacie e farmacie. Tra questi, vi sono anche linee che integrano le virtù del Mate con quelle, più note qui nel nostro Paese, di propoli, vitamina C, vitamine del gruppo B o Pappa Reale.
Le proposte degli operatori rispondono dunque a un bisogno dei consumatori con prodotti che rispecchiano un rinnovato interesse per soluzioni più in linea con la Natura.
«Sempre di più, anche in Italia, la cura di sé si intreccia in modo inestricabile con la ricerca e il ritorno alla naturalità: un nutrimento per il corpo che riconcili con la natura e l’ambiente», spiega Corrado Bergamini di Quidnovi Pharma, che propone la linea Apropos – La scelta dei prodotti naturali è diventata una priorità consapevole, che va oltre le mode del momento».
Bando alle mode, quindi, è pensiamo seriamente a come fare un pieno d’energia in un momento di passaggio, come il cambio stagionale, che può rendere più vulnerabili e fiacchi, strizzando magari un occhio alla Yerba Mate.
A pochi giorni dalla nomina di Papa Francesco I, e insieme alla primavera, una nuova salutare ventata di novità sta per arrivare nel nostro Paese.
E’ la naturale riserva di energia che giunge a noi con il Mate, una pianta originaria del Sudamerica, vera e propria icona della cultura argentina, e oggetto di leggendarie storie.
Una di queste racconta che un giorno le dee Yari e Araì scesero sulla terra. Mentre stavano giocando furono oggetto dell’aggressione da parte di un giaguaro; un indio cacciatore però le soccorse e le ospitò nella sua capanna. Le dee, per ringraziarlo, decisero di regalargli un’erba protettiva e si rivelarono: “Sono Yasi, la dea che abita nella luna, e vengo per premiare la vostra bontà. La pianta che vedete è la Yerba Mate, e da ora in poi costituirà per voi e per tutti gli uomini di questa regione il simbolo dell’amicizia. E vostra figlia vivrà in eterno, e mai perderà l’innocenza né la bontà che c’è nel suo cuore. Sarà la dama della yerba”.
Il Mate o Yerba Mate è una pianta originaria del Brasile e del Paraguay, ma diffusa anche in altre regioni del Sudamerica, che in Argentina ha trovato la sua massima diffusione, tanto da diventare una parte essenziale del costume e della cultura locali.
Bere Mate non è solo un’abitudine sociale: è una sorta di “infuso di filosofia”, che si innesta nel profondo della cultura popolare argentina. Al Mate, oltre alle leggende, sono ispirate poesie, canzoni, letteratura, pittura e proverbi. Tutto questo entourage può spiegare perché consumare il Mate è vivere un simbolo, è creare uno spazio all’interno del quale si può ritrovare il tempo rubato e la voglia di comunicare attraverso un rituale quotidiano.
Ma, al di là della cultura, il Mate è riconosciuto per la sua proprietà d’infondere energia. E’ stimolo e ispirazione per gli intellettuali, rafforzamento della memoria e dell’equilibrio psico-fisico per chi si applica allo studio, naturale forza fisica e pura energia per lavoratori o sportivi o, semplicemente, animo e spirito per chi cerca di resistere agli stress della vita.
L’evidenza scientifica ha poi confermato molti di quelli che potevano essere considerati miti, avvalorando le proprietà benefiche di questa “erba” straordinaria. Da recenti studi il Mate – oltre a essere riconosciuto quale tonico e un antidepressivo – è risultato contenere vitamina C e Sali minerali (soprattutto potassio, rame, zinco, magnesio, manganese, calcio, ferro…) e possedere undici polifenoli che aiutano a prevenire l’invecchiamento.
Inoltre, grazie alla “mateina”, una sostanza simile alla caffeina di cui è ricco, esplica un potere energizzante che stimola il sistema nervoso centrale e favorisce la concentrazione – senza tuttavia i possibili effetti collaterali del caffè.
Il Mate è anche usato come disintossicante: le sue proprietà diuretiche, infatti, consentono il drenaggio del sistema circolatorio e renale; l’alto contenuto di Sali minerali, vitamine A, B1, B2, carotene e aminoacidi, oltre a fornire un’ottima integrazione alimentare all’organismo, favorisce e promuove l’equilibrio metabolico.
Una pianta che dà dunque l’idea di essere contornata da un alone di magia. Lungi tuttavia dall’essere considerata una panacea, sono indubbi i vantaggi per il benessere che questa può offrire.
La ricerca e l’innovazione, prendendo atto delle potenzialità dei diversi rimedi che la Natura ci mette a disposizione, trae vantaggio dall’utilizzo sinergico di questi prodotti per ottenere un mix adatto a chi vuole ritrovare il benessere quotidiano.
Sono diversi infatti gli integratori che possiamo trovare in erboristerie, parafarmacie e farmacie. Tra questi, vi sono anche linee che integrano le virtù del Mate con quelle, più note qui nel nostro Paese, di propoli, vitamina C, vitamine del gruppo B o Pappa Reale.
Le proposte degli operatori rispondono dunque a un bisogno dei consumatori con prodotti che rispecchiano un rinnovato interesse per soluzioni più in linea con la Natura.
«Sempre di più, anche in Italia, la cura di sé si intreccia in modo inestricabile con la ricerca e il ritorno alla naturalità: un nutrimento per il corpo che riconcili con la natura e l’ambiente», spiega Corrado Bergamini di Quidnovi Pharma, che propone la linea Apropos – La scelta dei prodotti naturali è diventata una priorità consapevole, che va oltre le mode del momento».
Bando alle mode, quindi, è pensiamo seriamente a come fare un pieno d’energia in un momento di passaggio, come il cambio stagionale, che può rendere più vulnerabili e fiacchi, strizzando magari un occhio alla Yerba Mate.
sabato 23 marzo 2013
Ghiaccio nei fast-food più sporco che l’acqua del water
LM&SDP
Un ragazzino americano di soli 12 anni ha svolto un progetto scolastico per la materia di scienze in cui si evidenzia come l’acqua che compone i cubetti di ghiaccio serviti insieme alle bevande, nei fast-food, sia più sporca e piena di batteri che non l’acqua prelevata dai bagni degli stessi ristoranti.
Certo, è accaduto negli Usa, tuttavia varrebbe la pena capire se anche qui da noi il ghiaccio nasconde dei segreti.
Lo studente, per la sua ricerca scolastica, ha debitamente prelevato sia i cubetti di ghiaccio che l’acqua delle toilette di diversi ristoranti della Florida del sud, per poi portarli alla University of South Florida affinché fossero analizzati.
La sorpresa è arrivata quasi subito, dopo aver visionato i risultati di queste analisi. In molti casi, infatti, il ghiaccio è risultato positivo nei confronti dei batteri E. coli, noti anche come batteri fecali. Questo genere di agente patogeno è responsabile di numerose infezioni in tutto il mondo.
Nonostante ciò, gli esperti ridimensionano la scoperta: non c’è motivo di allarmismo, affermano. Così come non ci sono più probabilità di ammalarsi ingerendo quest’acqua, insieme al ghiaccio, che non quelle che si hanno normalmente quando si va in bagno.
La differenza di presenza di batteri tra l’acqua che compone questi cubetti di ghiaccio e quella del water è che, la prima, spesso viene contaminata dal maneggiamento umano e dalla scarsa predisposizione alla pulizia delle macchine che producono il ghiaccio; la seconda invece proviene direttamente dall’acquedotto ed è in genere sterilizzata a monte.
L’idea di condurre una ricerca scolastica di questo genere è venuta al ragazzo dopo aver letto dell’acqua contaminata che si trova sugli aerei. Scoprire che questo fenomeno è diffuso, non solo sugli aerei ma anche in altri luoghi, gli ha fatto cambiare idea sull’abitudine di masticare cubetti di ghiaccio.
A scanso di equivoci, meglio dunque bere la propria bevanda senza il ghiaccio, e pertanto meno fredda – fa anche meglio alla salute in generale e alla digestione.
Certo, è accaduto negli Usa, tuttavia varrebbe la pena capire se anche qui da noi il ghiaccio nasconde dei segreti.
Lo studente, per la sua ricerca scolastica, ha debitamente prelevato sia i cubetti di ghiaccio che l’acqua delle toilette di diversi ristoranti della Florida del sud, per poi portarli alla University of South Florida affinché fossero analizzati.
La sorpresa è arrivata quasi subito, dopo aver visionato i risultati di queste analisi. In molti casi, infatti, il ghiaccio è risultato positivo nei confronti dei batteri E. coli, noti anche come batteri fecali. Questo genere di agente patogeno è responsabile di numerose infezioni in tutto il mondo.
Nonostante ciò, gli esperti ridimensionano la scoperta: non c’è motivo di allarmismo, affermano. Così come non ci sono più probabilità di ammalarsi ingerendo quest’acqua, insieme al ghiaccio, che non quelle che si hanno normalmente quando si va in bagno.
La differenza di presenza di batteri tra l’acqua che compone questi cubetti di ghiaccio e quella del water è che, la prima, spesso viene contaminata dal maneggiamento umano e dalla scarsa predisposizione alla pulizia delle macchine che producono il ghiaccio; la seconda invece proviene direttamente dall’acquedotto ed è in genere sterilizzata a monte.
L’idea di condurre una ricerca scolastica di questo genere è venuta al ragazzo dopo aver letto dell’acqua contaminata che si trova sugli aerei. Scoprire che questo fenomeno è diffuso, non solo sugli aerei ma anche in altri luoghi, gli ha fatto cambiare idea sull’abitudine di masticare cubetti di ghiaccio.
A scanso di equivoci, meglio dunque bere la propria bevanda senza il ghiaccio, e pertanto meno fredda – fa anche meglio alla salute in generale e alla digestione.
Grazie a una nuova tecnica sperimentata con successo negli Usa, si sono mossi nuovi passi verso una cura della leucemia, il temibile cancro che intacca il sangue.
LM&SDP
Ne dà notizia la rivista Science Transnational Medicine, che riporta dei buoni risultati di uno studio in cui è stata sperimentata una nuova tecnica in grado di far regredire la leucemia linfoblastica acuta.
Già sperimentata con successo su una bambina si 7 anni, si è passati ai test su un gruppo di pazienti adulti con diagnosi di leucemia linfoblastica acuta a cellule B.
La tecnica sviluppata dagli scienziati del Memorial Sloan-Kettering Cancer Centre di New York è stata chiamata “immunoterapia mirata”.
Non nasce come cura della leucemia linfoblastica acuta – una patologia spesso letale nei pazienti oltre i cinquant’anni di età – ma come metodo per provocarne la remissione e rendere i pazienti eleggibili per il trapianto di cellule staminali.
Nonostante ciò, in tre malati su cinque cui è stato somministrato questa sorta di “farmaco vivente”, si sono mostrati benefici inaspettati mostrando una remissione della malattia che, per contro, li avrebbe condannati a morte entro pochi mesi.
La tecnica consiste nel modificare geneticamente i linfociti (o globuli bianchi) prelevati, di volta in volta, dal sangue del paziente. Nel Dna dei linfociti è stato inserito un gene, noto come proteina CD19, specializzato nel riconoscere le cellule tumorali.
Quando questi linfociti sono stati reintrodotti nel sangue dei pazienti, sono riusciti a riconoscere e attaccare le cellule maligne, distruggendole. Questo processo, come detto, ha portato in alcuni casi a una remissione della malattia e in uno a una completa scomparsa.
Si tenga presente che i pazienti si erano già sottoposti a chemioterapia per trattare i loro tumori, ma la malattia era tornata e il cancro aveva sviluppato una resistenza ai farmaci.
Durante il follow-up due pazienti sono morti per via di una ricaduta e un altro è deceduto a causa di un coagulo di sangue.
«I pazienti con recidiva di leucemia linfoblastica acuta a cellule B, resistente alla chemioterapia, hanno una prognosi particolarmente sfavorevole – spiega il dottor Renier Brentjens, autore principale dello studio – Questa capacità del nostro approccio di ottenere remissioni complete in tutti questi pazienti molto malati è ciò che rende questi risultati così straordinari e questa nuova terapia così promettente».
Al momento, il trattamento è ancora in fase sperimentale. Ora dovrà essere testato su più pazienti prima di poter diventare un trattamento standard per le persone con leucemia linfoblastica acuta a cellule B, così come per altri tumori del sangue.http://www.lastampa.it/2013/03/23/scienza/benessere/medicina/verso-una-cura-della-leucemia-n7zEXUuphDIMtBk2SvHAuO/pagina.html
Già sperimentata con successo su una bambina si 7 anni, si è passati ai test su un gruppo di pazienti adulti con diagnosi di leucemia linfoblastica acuta a cellule B.
La tecnica sviluppata dagli scienziati del Memorial Sloan-Kettering Cancer Centre di New York è stata chiamata “immunoterapia mirata”.
Non nasce come cura della leucemia linfoblastica acuta – una patologia spesso letale nei pazienti oltre i cinquant’anni di età – ma come metodo per provocarne la remissione e rendere i pazienti eleggibili per il trapianto di cellule staminali.
Nonostante ciò, in tre malati su cinque cui è stato somministrato questa sorta di “farmaco vivente”, si sono mostrati benefici inaspettati mostrando una remissione della malattia che, per contro, li avrebbe condannati a morte entro pochi mesi.
La tecnica consiste nel modificare geneticamente i linfociti (o globuli bianchi) prelevati, di volta in volta, dal sangue del paziente. Nel Dna dei linfociti è stato inserito un gene, noto come proteina CD19, specializzato nel riconoscere le cellule tumorali.
Quando questi linfociti sono stati reintrodotti nel sangue dei pazienti, sono riusciti a riconoscere e attaccare le cellule maligne, distruggendole. Questo processo, come detto, ha portato in alcuni casi a una remissione della malattia e in uno a una completa scomparsa.
Si tenga presente che i pazienti si erano già sottoposti a chemioterapia per trattare i loro tumori, ma la malattia era tornata e il cancro aveva sviluppato una resistenza ai farmaci.
Durante il follow-up due pazienti sono morti per via di una ricaduta e un altro è deceduto a causa di un coagulo di sangue.
«I pazienti con recidiva di leucemia linfoblastica acuta a cellule B, resistente alla chemioterapia, hanno una prognosi particolarmente sfavorevole – spiega il dottor Renier Brentjens, autore principale dello studio – Questa capacità del nostro approccio di ottenere remissioni complete in tutti questi pazienti molto malati è ciò che rende questi risultati così straordinari e questa nuova terapia così promettente».
Al momento, il trattamento è ancora in fase sperimentale. Ora dovrà essere testato su più pazienti prima di poter diventare un trattamento standard per le persone con leucemia linfoblastica acuta a cellule B, così come per altri tumori del sangue.http://www.lastampa.it/2013/03/23/scienza/benessere/medicina/verso-una-cura-della-leucemia-n7zEXUuphDIMtBk2SvHAuO/pagina.html
giovedì 21 marzo 2013
Bikini depilato, rischio infezioni in agguato
L’usanza di radersi o fare una ceretta alla zona bikini, o anche alla maniera “brasiliana” che prevede la epilazione totale delle zone intime, secondo gli esperti non è esente da rischi.
Uno tra tutti, è il rischio di contrarre qualche infezione.
Secondo un articolo pubblicato sul British Medical Journal (BMJ), la pratica della ceretta e la rasatura causano dei microtraumi alla pelle che la lasciano vulnerabile agli attacchi degli agenti patogeni, come per esempio il Poxvirus (Molluscum contagiousum).
L’incidenza delle infezioni da Poxvirus è stata scoperta conducendo uno studio su 30 pazienti affetti da questa patologia infettiva, che erano stati trattati presso una clinica francese. Di questi pazienti, 24 erano maschi – a riprova che la depilazione intima è divenuta popolare anche tra gli uomini.
I pazienti erano stati colpiti dal Mollusco contagioso, che è causa di un’infezione virale grandemente contagiosa. Interessa la pelle e le mucose. Spesso si trasmette per contatto o per via sessuale.
In genere, con un’adeguata cura l’infezione scompare – spesso anche in modo spontaneo. Si evidenzia con tipiche macchie bollose rosse. Gli specialisti sconsigliano di schiacciare queste formazioni, poiché non solo si rischia di diffondere più facilmente l’infezione, ma ci si provoca dolore, possibile sanguinamenti e conseguenti cicatrici.
La depilazione intima può anche essere esteticamente piacevole, ma non è dunque esente da rischi. Le infezioni sono sempre in agguato, così come le potenziali infestazioni da verruche genitali. Attenzione pertanto a come si esegue questa pratica, all’igiene e sterilità dei mezzi utilizzati.http://www.lastampa.it/2013/03/19/scienza/benessere/lifestyle/bikini-depilato-rischio-infezioni-in-agguato-liHSuYPdNOBSRzFPjbSPuM/pagina.html
Uno tra tutti, è il rischio di contrarre qualche infezione.
Secondo un articolo pubblicato sul British Medical Journal (BMJ), la pratica della ceretta e la rasatura causano dei microtraumi alla pelle che la lasciano vulnerabile agli attacchi degli agenti patogeni, come per esempio il Poxvirus (Molluscum contagiousum).
L’incidenza delle infezioni da Poxvirus è stata scoperta conducendo uno studio su 30 pazienti affetti da questa patologia infettiva, che erano stati trattati presso una clinica francese. Di questi pazienti, 24 erano maschi – a riprova che la depilazione intima è divenuta popolare anche tra gli uomini.
I pazienti erano stati colpiti dal Mollusco contagioso, che è causa di un’infezione virale grandemente contagiosa. Interessa la pelle e le mucose. Spesso si trasmette per contatto o per via sessuale.
In genere, con un’adeguata cura l’infezione scompare – spesso anche in modo spontaneo. Si evidenzia con tipiche macchie bollose rosse. Gli specialisti sconsigliano di schiacciare queste formazioni, poiché non solo si rischia di diffondere più facilmente l’infezione, ma ci si provoca dolore, possibile sanguinamenti e conseguenti cicatrici.
La depilazione intima può anche essere esteticamente piacevole, ma non è dunque esente da rischi. Le infezioni sono sempre in agguato, così come le potenziali infestazioni da verruche genitali. Attenzione pertanto a come si esegue questa pratica, all’igiene e sterilità dei mezzi utilizzati.http://www.lastampa.it/2013/03/19/scienza/benessere/lifestyle/bikini-depilato-rischio-infezioni-in-agguato-liHSuYPdNOBSRzFPjbSPuM/pagina.html
Il consumo di bevande zuccherate causerebbe 180 mila morti l’anno
LM&SDP
E’ di poco tempo fa la notizia che il medico legale ha stabilito che la morte improvvisa della trent’enne neozelandese, Natasha Harris, è avvenuta perché beveva 10 litri di Coca cola al giorno. Certo, questi sono eccessi, e gli eccessi in genere si pagano. Ma senza andare così oltre le possibilità di un corpo di reggere certe esagerazioni, l’uso eccessivo di bevande zuccherate pare possa essere causa di oltre 180mila morti l’anno, a livello mondiale.
Questi numeri sono stati oggetto di un’indagine i cui risultati sono stati presentati all’American Heart Association’s Epidemiology and Prevention/ Nutrition, Physical Activity and Metabolism 2013 Scientific Sessions. Dati che sono stati raccolti dal Global Burden of Diseases Study 2010.
Secondo gli autori dello studio, il rischio di morte è derivato dalla possibilità di sviluppare malattie come diabete, patologie cardiovascolari e alcuni tipi di cancro, anche a seguito di un aumento di peso o obesità dovute all’eccesso di zuccheri.
Nello specifico, i ricercatori hanno calcolato che, ogni anno, vi sono 133.000 morti per diabete, 44.000 morti per malattie cardiovascolari e 6.000 morti per cancro – morti che, secondo loro, sarebbero correlate all’assunzione di bibite zuccherate.
L’indagine ha tuttavia messo in evidenza come ben il 78 per cento dei decessi avvenisse nei Paesi a basso e medio reddito, che non in Paesi più sviluppati.
Per arrivare alle loro conclusioni, i ricercatori hanno analizzato il consumo di bevande zuccherate, o dolcificate, nei vari continenti. Hanno poi suddiviso questo consumo in base all’età e il sesso e, infine, valutato l’impatto sullo sviluppo di obesità e diabete e come queste patologie fossero poi correlate ai decessi.
I dati raccolti hanno permesso di dividere in due il mondo: da un lato l’America Latina e i Caraibi dove vi era una prevalenza di morti per diabete; dall’altra l’Oriente e l’Eurasia dove vi era una prevalenza di morti per eventi cardiovascolari.
La palma dei maggiori consumatori di bevande zuccherate è andata al Messico, mentre quella per il più basso consumo è andata al Giappone. L’Italia ne esce senza infamia né lode.
Questi numeri sono stati oggetto di un’indagine i cui risultati sono stati presentati all’American Heart Association’s Epidemiology and Prevention/ Nutrition, Physical Activity and Metabolism 2013 Scientific Sessions. Dati che sono stati raccolti dal Global Burden of Diseases Study 2010.
Secondo gli autori dello studio, il rischio di morte è derivato dalla possibilità di sviluppare malattie come diabete, patologie cardiovascolari e alcuni tipi di cancro, anche a seguito di un aumento di peso o obesità dovute all’eccesso di zuccheri.
Nello specifico, i ricercatori hanno calcolato che, ogni anno, vi sono 133.000 morti per diabete, 44.000 morti per malattie cardiovascolari e 6.000 morti per cancro – morti che, secondo loro, sarebbero correlate all’assunzione di bibite zuccherate.
L’indagine ha tuttavia messo in evidenza come ben il 78 per cento dei decessi avvenisse nei Paesi a basso e medio reddito, che non in Paesi più sviluppati.
Per arrivare alle loro conclusioni, i ricercatori hanno analizzato il consumo di bevande zuccherate, o dolcificate, nei vari continenti. Hanno poi suddiviso questo consumo in base all’età e il sesso e, infine, valutato l’impatto sullo sviluppo di obesità e diabete e come queste patologie fossero poi correlate ai decessi.
I dati raccolti hanno permesso di dividere in due il mondo: da un lato l’America Latina e i Caraibi dove vi era una prevalenza di morti per diabete; dall’altra l’Oriente e l’Eurasia dove vi era una prevalenza di morti per eventi cardiovascolari.
La palma dei maggiori consumatori di bevande zuccherate è andata al Messico, mentre quella per il più basso consumo è andata al Giappone. L’Italia ne esce senza infamia né lode.
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