Bere caffè può essere salutare per diversi motivi, e un nuovo studio suggerisce che può anche ridurre il rischio di sviluppare un cancro del fegato nella misura del 40 per cento con una tazzina e fino a oltre il 50 per cento se si bevono fino a tre tazze al giorno
LM&SDP
Buone nuove per gli amanti della tazzina.
Una delle passioni degli italiani, il caffè, pare possa tra i tanti vantaggi perfino ridurre il rischio di carcinoma epatocellulare (HCC), il più comune tra i tipi di cancro del fegato.
Lo studio revisionale, pubblicato sulla rivista Clinical Gastroenterology and Hepatology, è stato condotto dai ricercatori italiani del Dipartimento di Epidemiologia, Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” di Milano, coordinati dal dottor Carlo La Vecchia del Dipartimento di Scienze Cliniche e di Comunità, Università degli Studi di Milano.
La Vecchia e colleghi hanno trovato che l’effetto positivo del caffè sul rischio tumore al fegato potrebbe essere dovuto all’azione preventiva nei confronti del diabete da parte della bevanda – così come comprovato da precedenti studi. Il diabete, infatti, è un noto fattore di rischio per l’HCC.
Altra ipotesi è che, sempre il caffè, promuova un’azione benefica sugli enzimi epatici e nel caso di cirrosi.
I ricercatori del Mario Negri hanno condotto la loro meta-analisi esaminando una serie di articoli pubblicati dal 1996 e fino al settembre 2012. Oltre a ciò, si sono analizzati i risultati di 16 studi di alta qualità per un totale di 3.153 casi riportati.
Secondo gli autori, i risultati finali non mostrano con chiarezza se il caffè abbia un ruolo ulteriore nella prevenzione del cancro al fegato. In ogni caso, questo ruolo resterebbe limitato rispetto a quanto possibile attenendosi alle attuali indicazioni circa la prevenzione. Per cui, se seguo uno stile di vita così scorretto, da far aumentare il rischio cancro, non posso certo pretendere di mettere tutto a tacere semplicemente bevendo caffè. Questo, al massimo, può essere un aiuto in più. Un buon aiuto, peraltro.
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domenica 10 novembre 2013
NUOVE SPERANZE DI CURA PER LE MALATTIE DEL CERVELLO Una terapia laser per Alzheimer e Parkinson
Scienziati trovano in un trattamento foto-acustico con il laser una potenziale cura per le malattie neurodegenerative Alzheimer, Parkinson e Creutzfeldt-Jakob, noto anche come morbo della mucca pazza
LM&SDP
Un team di scienziati provenienti dalla Chalmers University of Technology in Svezia e dalla Polish Wroclaw University of Technology in Polonia hanno scoperto quella che potrebbe rivelarsi la cura per le malattie del cervello come l’Alzheimer, il Parkinson e la malattia di Creutzfeldt-Jakob, nota anche come morbo della mucca pazza. Per tutte queste patologie neurodegenerative al momento non esiste cura, ma soltanto trattamenti per limitare i sintomi.
Utilizzando una tecnica con il laser a multi-fotone i ricercatori hanno scoperto che è possibile distinguere le aggregazioni proteiche dannose, note per essere dei biomarcatori e possibile causa di questo genere di malattie, da quelle che invece sono indice di salute del corpo.
Lo studio, pubblicato su Nature Photonics, si presenta come rivoluzionario in quanto è il primo a utilizzare la luce nel trattamento di queste patologie, fanno notare gli autori.
«Questo è un approccio totalmente nuovo – sottolinea il dottor Piotr Hanczyc, coautore dello studio – e crediamo che questo potrebbe diventare un importante passo avanti nella ricerca nelle malattie come l’Alzheimer, il Parkinson e la malattia di Creutzfeldt-Jakob. Abbiamo trovato un modo totalmente nuovo di scoprire queste strutture usando solo la luce laser».
Il concetto è che se gli aggregati proteici vengono rimossi, la malattia è in linea di principio curata, ritengono gli scienziati. Il problema fino a oggi è tuttavia stato proprio quello di riuscire a rilevare e infine rimuovere gli aggregati. A questa lacuna avrebbe dunque pensato la terapia foto-acustica – che peraltro è già utilizzata nelle tomografie – che può essere utilizzata per rimuovere le proteine dannose e malfunzionanti. In questo modo, il cervello non sarebbe più danneggiato e sotto l’influenza di queste proteine.
Ora non resta che attendere gli ulteriori sviluppi della ricerca per sapere quale sia l’effetto reale sui pazienti affetti dall’Alzheimer, il Parkinson e la Creutzfeldt-Jakob
.
Utilizzando una tecnica con il laser a multi-fotone i ricercatori hanno scoperto che è possibile distinguere le aggregazioni proteiche dannose, note per essere dei biomarcatori e possibile causa di questo genere di malattie, da quelle che invece sono indice di salute del corpo.
Lo studio, pubblicato su Nature Photonics, si presenta come rivoluzionario in quanto è il primo a utilizzare la luce nel trattamento di queste patologie, fanno notare gli autori.
«Questo è un approccio totalmente nuovo – sottolinea il dottor Piotr Hanczyc, coautore dello studio – e crediamo che questo potrebbe diventare un importante passo avanti nella ricerca nelle malattie come l’Alzheimer, il Parkinson e la malattia di Creutzfeldt-Jakob. Abbiamo trovato un modo totalmente nuovo di scoprire queste strutture usando solo la luce laser».
Il concetto è che se gli aggregati proteici vengono rimossi, la malattia è in linea di principio curata, ritengono gli scienziati. Il problema fino a oggi è tuttavia stato proprio quello di riuscire a rilevare e infine rimuovere gli aggregati. A questa lacuna avrebbe dunque pensato la terapia foto-acustica – che peraltro è già utilizzata nelle tomografie – che può essere utilizzata per rimuovere le proteine dannose e malfunzionanti. In questo modo, il cervello non sarebbe più danneggiato e sotto l’influenza di queste proteine.
Ora non resta che attendere gli ulteriori sviluppi della ricerca per sapere quale sia l’effetto reale sui pazienti affetti dall’Alzheimer, il Parkinson e la Creutzfeldt-Jakob
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Dall’incenso una possibile cura per il cancro al seno
Ricercatori trovano in una particolare varietà di incenso, quello di Oman, un insieme di sostanze che potrebbero essere una possibile cura contro il cancro del seno
LM&SDP
Si chiama AKBA, ed è un acronimo che riunisce i nomi dei diversi acidi che compongono l’incenso dell’Oman, un particolare tipo di resina che si produce in questo Paese e che pare abbia le potenzialità per divenire un trattamento contro il carcinoma mammario, o cancro del seno.
Sono stati i ricercatori dell’Università di Nizwa (Oman) ad aver isolato e fatto aumentare la percentuale di AKBA (acido beta-boswellico, acido cheto-beta-boswellico e acetil-acido cheto-beta-boswellico) contenuta nell’incenso dell’Oman.
Il dottor Ahmad Sulaiman Al Harrasi e colleghi dell’Oman’s Medicinal Plants and Marine Natural Products University, hanno condotto uno studio in cui si è sperimentato quali effetti aveva l’AKBA sulle cellule tumorali del seno, così come riportato da Gulf News.
L’AKBA è stato precedentemente trovato essere attivo nell’indurre l’apoptosi, ovvero la morte programmata delle cellule tumorali, in particolare nei tumori cerebrali, il cancro del colon e nella leucemia. Quello che ancora non era stato provato era l’effetto sulle cellule del cancro del seno.
Sebbene a seguito dei risultati positivi ottenuti molti media avessero diffuso la notizia che era stata trovata una vera e propria cura per il cancro al seno, il prof. Al Harrasi ha negato che così fosse – così come ha negato che il composto attivo fosse ricavato dall’olio. Sì, il composto ha dimostrato di avere effetti significativi sulle cellule tumorali, tuttavia sarà necessaria ulteriore ricerca prima di dichiarare di avere effettivamente trovato una cura. Le speranze e le premesse ci sono, ma bisogna attendere ulteriori sviluppi.
Non resta dunque che attendere buone notizie.
LM&SDP
Si chiama AKBA, ed è un acronimo che riunisce i nomi dei diversi acidi che compongono l’incenso dell’Oman, un particolare tipo di resina che si produce in questo Paese e che pare abbia le potenzialità per divenire un trattamento contro il carcinoma mammario, o cancro del seno.
Sono stati i ricercatori dell’Università di Nizwa (Oman) ad aver isolato e fatto aumentare la percentuale di AKBA (acido beta-boswellico, acido cheto-beta-boswellico e acetil-acido cheto-beta-boswellico) contenuta nell’incenso dell’Oman.
Il dottor Ahmad Sulaiman Al Harrasi e colleghi dell’Oman’s Medicinal Plants and Marine Natural Products University, hanno condotto uno studio in cui si è sperimentato quali effetti aveva l’AKBA sulle cellule tumorali del seno, così come riportato da Gulf News.
L’AKBA è stato precedentemente trovato essere attivo nell’indurre l’apoptosi, ovvero la morte programmata delle cellule tumorali, in particolare nei tumori cerebrali, il cancro del colon e nella leucemia. Quello che ancora non era stato provato era l’effetto sulle cellule del cancro del seno.
Sebbene a seguito dei risultati positivi ottenuti molti media avessero diffuso la notizia che era stata trovata una vera e propria cura per il cancro al seno, il prof. Al Harrasi ha negato che così fosse – così come ha negato che il composto attivo fosse ricavato dall’olio. Sì, il composto ha dimostrato di avere effetti significativi sulle cellule tumorali, tuttavia sarà necessaria ulteriore ricerca prima di dichiarare di avere effettivamente trovato una cura. Le speranze e le premesse ci sono, ma bisogna attendere ulteriori sviluppi.
Non resta dunque che attendere buone notizie.
lunedì 21 ottobre 2013
“Ce l’ho sulla punta della lingua”: è un primo segnale di demenza in arrivo?
Un nuovo studio ha voluto esplorare la possibilità o meno che non ricordare un qualcosa sul momento possa essere legato ai primi segnali di declino cognitivo e memoria
LM&SDP
http://www.lastampa.it/2013/10/16/scienza/benessere/ce-lho-sulla-punta-della-lingua-un-primo-segnale-di-demenza-in-arrivo-5LdSw6MNoEFf2IFScgJt8J/pagina.html
A tutti sarà capitato almeno una volta di avere “sulla punta della lingua” quel termine, quel nome… quella cosa insomma che, proprio adesso, non ci sovviene.
Ma, a parte il disagio che questi episodi possono provocare, potrebbero essere un primo segnale che stiamo perdendo la memoria? Che possiamo essere vittime della temuta demenza?
A cercare di comprendere se queste défaillance nella memoria sono normali o il segnale di qualcosa di patologico sottostante o in fase di insorgenza è uno studio condotto dai ricercatori dell’Università della Virginia pubblicato sulla rivista Psychological Science, una rivista della Association for Psychological Science (APS).
Qui, lo psicologo della UV, dottor Timothy Salthouse e la collega Arielle Mandell hanno coinvolto oltre 700 ambosessi di età compresa tra i 18 e i 99 anni. I partecipanti dovevano auto-riportare se, quando e quanti episodi di “ce l’ho sulla punta della lingua” erano capitati loro. Dopo di che sarebbero stati sottoposti a una serie di test mnemonici in cui si doveva collegare un nome di luoghi famosi, personaggi famosi o nomi comuni basandosi su brevi descrizioni o immagini.
I primi risultati dei test e le prove aneddotiche hanno suggerito che le esperienze di “ce l’ho sulla punta della lingua” si verificano con più frequenza con l’avanzare dell’età. Tuttavia, il rapporto tra questi inceppamenti cognitivi e il declino cognitivo e di memoria era ancora poco chiaro.
«Ci siamo chiesti se questi auto-rapporti sono validi e, se lo sono, indicano realmente le sviste legate all’età del tipo di memoria utilizzata per la diagnosi di demenza?», spiega il dottor Salthouse.
Per questo motivo, i quiz a cui sono stati sottoposti i partecipanti erano di diversa difficoltà, con alcuni di questi che facilmente avrebbero provocato un intoppo cognitivo.
Nel complesso, i partecipanti più anziani hanno sperimentato più di questi momenti di frustrazione, rispetto ai soggetti più giovani. Questi risultati confermavano i dati auto-riferiti dai partecipanti circa i momenti di intoppo cognitivo sperimentati nella propria vita.
La buona notizia tuttavia è che dopo che i ricercatori hanno analizzato per i diversi fattori le conoscenze generali dei partecipanti, non hanno trovato alcuna associazione tra la frequenza dei momenti di inceppamento della memoria e le performance sui tipi di test mnemonici a cui sono stati sottoposti i volontari.
«Anche se l’aumento dell’età è associato a più bassi livelli di memoria episodica e con più frequenti esperienze di “ce l’ho sulla punta della lingua”, i due fenomeni sembrano essere in gran parte indipendenti l’uno dall’altro», concludono gli autori, ricordando che questi eventi non devono essere considerati un segno di demenza imminente.
Meno male.
LM&SDP
http://www.lastampa.it/2013/10/16/scienza/benessere/ce-lho-sulla-punta-della-lingua-un-primo-segnale-di-demenza-in-arrivo-5LdSw6MNoEFf2IFScgJt8J/pagina.html
A tutti sarà capitato almeno una volta di avere “sulla punta della lingua” quel termine, quel nome… quella cosa insomma che, proprio adesso, non ci sovviene.
Ma, a parte il disagio che questi episodi possono provocare, potrebbero essere un primo segnale che stiamo perdendo la memoria? Che possiamo essere vittime della temuta demenza?
A cercare di comprendere se queste défaillance nella memoria sono normali o il segnale di qualcosa di patologico sottostante o in fase di insorgenza è uno studio condotto dai ricercatori dell’Università della Virginia pubblicato sulla rivista Psychological Science, una rivista della Association for Psychological Science (APS).
Qui, lo psicologo della UV, dottor Timothy Salthouse e la collega Arielle Mandell hanno coinvolto oltre 700 ambosessi di età compresa tra i 18 e i 99 anni. I partecipanti dovevano auto-riportare se, quando e quanti episodi di “ce l’ho sulla punta della lingua” erano capitati loro. Dopo di che sarebbero stati sottoposti a una serie di test mnemonici in cui si doveva collegare un nome di luoghi famosi, personaggi famosi o nomi comuni basandosi su brevi descrizioni o immagini.
I primi risultati dei test e le prove aneddotiche hanno suggerito che le esperienze di “ce l’ho sulla punta della lingua” si verificano con più frequenza con l’avanzare dell’età. Tuttavia, il rapporto tra questi inceppamenti cognitivi e il declino cognitivo e di memoria era ancora poco chiaro.
«Ci siamo chiesti se questi auto-rapporti sono validi e, se lo sono, indicano realmente le sviste legate all’età del tipo di memoria utilizzata per la diagnosi di demenza?», spiega il dottor Salthouse.
Per questo motivo, i quiz a cui sono stati sottoposti i partecipanti erano di diversa difficoltà, con alcuni di questi che facilmente avrebbero provocato un intoppo cognitivo.
Nel complesso, i partecipanti più anziani hanno sperimentato più di questi momenti di frustrazione, rispetto ai soggetti più giovani. Questi risultati confermavano i dati auto-riferiti dai partecipanti circa i momenti di intoppo cognitivo sperimentati nella propria vita.
La buona notizia tuttavia è che dopo che i ricercatori hanno analizzato per i diversi fattori le conoscenze generali dei partecipanti, non hanno trovato alcuna associazione tra la frequenza dei momenti di inceppamento della memoria e le performance sui tipi di test mnemonici a cui sono stati sottoposti i volontari.
«Anche se l’aumento dell’età è associato a più bassi livelli di memoria episodica e con più frequenti esperienze di “ce l’ho sulla punta della lingua”, i due fenomeni sembrano essere in gran parte indipendenti l’uno dall’altro», concludono gli autori, ricordando che questi eventi non devono essere considerati un segno di demenza imminente.
Meno male.
Sogni curve perfette? il segreto è giocare d’anticipo
Anche se l’estate è appena passata, e la prossima appare lontana, per non farsi cogliere impreparati alla prova bikini è bene giocare d’anticipo, così come suggerisce il personal trainer dei Vip, Andrea Carollo, con i suoi consigli per scolpire la silhouette nella stagione fredda
LM&SDP
Le vacanze sono ormai uno sbiadito ricordo, e le prossime appaiono come un miraggio lontano. Eppure, alla fine, arrivano più in fretta di quanto previsto. E così ci si ritrova a dover fare i conti con la prova bikini, che la maggior parte delle volte coglie impreparate.
A poco servono i rimedi dell’ultima ora, l’iscrizione in palestra nel mese di maggio o le terapie d’urto che spesso causano più danni che altro. Ma come si può fare allora per arrivare all’estate in piena forma e con le “curve” perfette?
Lo spiega Andrea Carollo, il personal trainer dei Vip, in quale ritiene che l’inverno sia proprio la stagione ideale per mantenere la linea e raggiungere l’obiettivo “curve perfette”, e per cui è bene giocare d’anticipo.
Quest’anno sarà la moda a spronare le donne, dato che gli abiti invernali comparsi recentemente sulle passerelle aderiscono alla silhouette come una seconda pelle. Ma, se questo può far tremare anche le più determinate, Carollo invita a non farsi prendere dal panico e consiglia alcuni semplici esercizi per avere glutei alti e sodi.
«Occorre scegliere dei movimenti che permettano di contrarre il gluteo; per esempio eseguire degli affondi a passo lungo prima con una gamba, poi con l’altra (6 per 15 volte per ciascuna gamba)».
E se invece il tempo per esercitarsi è poco? Niente paura.
«In alternativa – suggerisce Carollo – si possono fare le scale a piedi (tutti i giorni una decina di ripetizioni da 20 secondi ciascuna) salendo però due o tre gradini alla volta».
In pratica, stare lontano da ascensori ed elevatori mobili, perché le scale tradizionali possono essere invece un prezioso alleato.
Per chi va già in palestra, infine, Carollo consiglia di dedicarsi al tapis roulant (almeno 20 minuti per 3 volte alla settimana) con un grado di inclinazione intorno al 5-6%.
«In questo modo – conclude l’esperto di fitness – il movimento stimola la contrazione dei muscoli posteriori. E il gluteo soffre, ma poi ringrazia…».
Insomma, chi ben comincia è a metà dell’opera, recita un vecchio proverbio, e forse una verità c’è. Bando alla pigrizia, quindi, e prepariamoci ad accogliere la prossima estate a braccia aperte… e curve al posto giusto.
http://www.lastampa.it/2013/10/18/scienza/benessere/lifestyle/sogni-curve-perfette-il-segreto-giocare-danticipo-dX0H0QAd0J7MEepueOjZFP/pagina.html
LM&SDP
Le vacanze sono ormai uno sbiadito ricordo, e le prossime appaiono come un miraggio lontano. Eppure, alla fine, arrivano più in fretta di quanto previsto. E così ci si ritrova a dover fare i conti con la prova bikini, che la maggior parte delle volte coglie impreparate.
A poco servono i rimedi dell’ultima ora, l’iscrizione in palestra nel mese di maggio o le terapie d’urto che spesso causano più danni che altro. Ma come si può fare allora per arrivare all’estate in piena forma e con le “curve” perfette?
Lo spiega Andrea Carollo, il personal trainer dei Vip, in quale ritiene che l’inverno sia proprio la stagione ideale per mantenere la linea e raggiungere l’obiettivo “curve perfette”, e per cui è bene giocare d’anticipo.
Quest’anno sarà la moda a spronare le donne, dato che gli abiti invernali comparsi recentemente sulle passerelle aderiscono alla silhouette come una seconda pelle. Ma, se questo può far tremare anche le più determinate, Carollo invita a non farsi prendere dal panico e consiglia alcuni semplici esercizi per avere glutei alti e sodi.
«Occorre scegliere dei movimenti che permettano di contrarre il gluteo; per esempio eseguire degli affondi a passo lungo prima con una gamba, poi con l’altra (6 per 15 volte per ciascuna gamba)».
E se invece il tempo per esercitarsi è poco? Niente paura.
«In alternativa – suggerisce Carollo – si possono fare le scale a piedi (tutti i giorni una decina di ripetizioni da 20 secondi ciascuna) salendo però due o tre gradini alla volta».
In pratica, stare lontano da ascensori ed elevatori mobili, perché le scale tradizionali possono essere invece un prezioso alleato.
Per chi va già in palestra, infine, Carollo consiglia di dedicarsi al tapis roulant (almeno 20 minuti per 3 volte alla settimana) con un grado di inclinazione intorno al 5-6%.
«In questo modo – conclude l’esperto di fitness – il movimento stimola la contrazione dei muscoli posteriori. E il gluteo soffre, ma poi ringrazia…».
Insomma, chi ben comincia è a metà dell’opera, recita un vecchio proverbio, e forse una verità c’è. Bando alla pigrizia, quindi, e prepariamoci ad accogliere la prossima estate a braccia aperte… e curve al posto giusto.
http://www.lastampa.it/2013/10/18/scienza/benessere/lifestyle/sogni-curve-perfette-il-segreto-giocare-danticipo-dX0H0QAd0J7MEepueOjZFP/pagina.html
martedì 15 ottobre 2013
Allergia agli acari della polvere e alle graminacee: arrivano i nuovi trattamenti
LM&SDP
Mai più starnuti, naso che cola, occhi che bruciano e lacrimano… sarebbe davvero un sollievo per i milioni di persone che soffrono di allergie come quelle agli acari della polvere, e la cosiddetta febbre da fieno o allergia alle graminacee. E, a quanto pare, una speranza c’è davvero. E la si trova in una serie di nuovi trattamenti sviluppati e testati con successo da un team di ricercatori del progetto “Adiga Life Sciences”, nato da una joint venture tra la McMaster University e la Circassia, una società britannica di biotecnologie, con il supporto del St. Joseph’s Healthcare Hamilton.
Lo studio clinico si è svolto in due parti: nel primo trial i ricercatori hanno reclutato 280 pazienti con allergia al polline. A questi sono stati registrati i sintomi relativi all’esposizione alle graminacee in un ambiente controllato. Il controllo è avvenuto sia prima del trattamento che al termine della stagione delle allergie da polline. I partecipanti sono stati poi suddivisi in due gruppi: uno atto a ricevere il trattamento con il prodotto sviluppato dai ricercatori e denominato “Grass-SPIRE”, mentre l’altro gruppo avrebbe ricevuto un placebo.
Al termine della fase di test, si è trovato che i pazienti del gruppo trattato con il nuovo prodotto avevano ottenuto significativi miglioramenti nei sintomi dell’allergia, rispetto a quelli del gruppo di controllo a placebo. Inoltre, il trattamento è stato ben tollerato.
Nella seconda fase dello studio, quello sull’allergia agli acari della polvere, i ricercatori hanno coinvolto 172 pazienti. Anche questi sono stati suddivisi a caso in due gruppi: gli appartenenti al primo gruppo hanno ricevuto un trattamento denominato “HDM-SPIRE” per 12 settimane, quattro dosi. Anche in questo caso, si è rilevato come chi aveva ottenuto il trattamento mostrasse significativi miglioramenti nei sintomi, sempre rispetto al gruppo placebo. Il trattamento è stato ben tollerato anche questa volta.
«Questo risultato – spiega nel comunicato McMaster il dottor Mark Larché, coordinatore per la progettazione dei trattamenti – è una importante conferma dell’approccio che abbiamo intrapreso per il trattamento delle malattie allergiche. I risultati positivi, in prima battuta nei confronti di una terapia dell’allergia ai peli di gatto e ora con gli acari della polvere e l’allergia ai pollini, suggeriscono che questo approccio può essere utilizzato per molte comuni allergie».
http://www.lastampa.it/2013/10/07/scienza/benessere/salute/allergia-agli-acari-della-polvere-e-alle-graminacee-arrivano-i-nuovi-trattamenti-3M8B6BM7M0PE5AzbHoA8TM/pagina.html
Mai più starnuti, naso che cola, occhi che bruciano e lacrimano… sarebbe davvero un sollievo per i milioni di persone che soffrono di allergie come quelle agli acari della polvere, e la cosiddetta febbre da fieno o allergia alle graminacee. E, a quanto pare, una speranza c’è davvero. E la si trova in una serie di nuovi trattamenti sviluppati e testati con successo da un team di ricercatori del progetto “Adiga Life Sciences”, nato da una joint venture tra la McMaster University e la Circassia, una società britannica di biotecnologie, con il supporto del St. Joseph’s Healthcare Hamilton.
Lo studio clinico si è svolto in due parti: nel primo trial i ricercatori hanno reclutato 280 pazienti con allergia al polline. A questi sono stati registrati i sintomi relativi all’esposizione alle graminacee in un ambiente controllato. Il controllo è avvenuto sia prima del trattamento che al termine della stagione delle allergie da polline. I partecipanti sono stati poi suddivisi in due gruppi: uno atto a ricevere il trattamento con il prodotto sviluppato dai ricercatori e denominato “Grass-SPIRE”, mentre l’altro gruppo avrebbe ricevuto un placebo.
Al termine della fase di test, si è trovato che i pazienti del gruppo trattato con il nuovo prodotto avevano ottenuto significativi miglioramenti nei sintomi dell’allergia, rispetto a quelli del gruppo di controllo a placebo. Inoltre, il trattamento è stato ben tollerato.
Nella seconda fase dello studio, quello sull’allergia agli acari della polvere, i ricercatori hanno coinvolto 172 pazienti. Anche questi sono stati suddivisi a caso in due gruppi: gli appartenenti al primo gruppo hanno ricevuto un trattamento denominato “HDM-SPIRE” per 12 settimane, quattro dosi. Anche in questo caso, si è rilevato come chi aveva ottenuto il trattamento mostrasse significativi miglioramenti nei sintomi, sempre rispetto al gruppo placebo. Il trattamento è stato ben tollerato anche questa volta.
«Questo risultato – spiega nel comunicato McMaster il dottor Mark Larché, coordinatore per la progettazione dei trattamenti – è una importante conferma dell’approccio che abbiamo intrapreso per il trattamento delle malattie allergiche. I risultati positivi, in prima battuta nei confronti di una terapia dell’allergia ai peli di gatto e ora con gli acari della polvere e l’allergia ai pollini, suggeriscono che questo approccio può essere utilizzato per molte comuni allergie».
http://www.lastampa.it/2013/10/07/scienza/benessere/salute/allergia-agli-acari-della-polvere-e-alle-graminacee-arrivano-i-nuovi-trattamenti-3M8B6BM7M0PE5AzbHoA8TM/pagina.html
Le 10 peggiori cose che possiamo fare a letto
LM&SDP
La verità sulle cose che più danno fastidio a letto, e di cui si lamentano le persone, è stata messa a nudo da un’indagine condotta per conto di una nota azienda britannica produttrice di letti, la Dreams. E “a nudo” è proprio il termine giusto perché, tra i diversi motivi di lamentela, quello dell’andare a dormire nudi è uno dei più citati.
Ma andiamo per gradi. Come detto, i principali errori che si commettono a letto sono 10, il cui elenco è stato riportato qualche giorno fa dal Daily Express.
Per quasi la maggioranza delle persone intervistate, uno dei maggiori fastidi a letto è il russare (del partner, ovviamente), sebbene il 44% di questi abbia ammesso di russare a sua volta… Segue, nella lista delle lamentele, la monopolizzazione del piumone – cosa che causa o troppo caldo o troppo freddo, a seconda dei casi e dei momenti.
Gli imbarazzi fisici non sono il solo motivo di lamentela: infatti anche i problemi portati a letto influiscono sul buon sonno e l’armonia di coppia. Sono, per esempio, le liti per la suocera invadente, le dispute sulla scelta delle vacanze, gli amici, i pettegolezzi e via discorrendo.
Queste liti finiscono per sfinire – passateci il gioco di parole – la coppia che mostra sempre più insofferenza, l’uno verso l’altra e viceversa. Si pensi che un 16% dei maschi intervistati ha detto che preferirebbe andare a dormire con un peluche piuttosto che con la moglie. Allo stesso modo, il 10% di sia lui che lei hanno dichiarato che preferirebbero la compagnia a letto di un animale domestico…
Le dispute e il malcostume a letto, per il 74% degli intervistati equivalgono a sette ore di sonno perse durante la settimana. Tuttavia, e nonostante le lamentele, oltre il 50% degli intervistati ha dichiarato che passa comunque momenti piacevoli a letto con il/la partner.
Se qualcuno in questo momento ha avuto pensieri maliziosi, be’, li riponga nel cassetto. Infatti, per la maggioranza dei partecipanti questi “piacevoli” momenti sarebbero dedicati alla lettura di un libro, a navigare in Internet, a giocherellare con lo smartphone o il tablet, a controllare la posta elettronica… Insomma, tutto meno che “quello”.
Infine, sia per le coppie sposate che per quelle conviventi, l’appuntamento a letto è un’occasione per discutere del futuro: il mettere su famiglia nel primo caso o decidere di sposarsi nell’altro.
Ma, alla fine, ecco i 10 motivi per cui spesso – se si potesse – si preferirebbe saltare la pausa notturna.
1. Russare.
2. Monopolizzare il piumone.
3. Dormire nudi.
4. Agitarsi.
5. Occupare la parte del letto del partner.
6. Essere esposti agli spifferi.
7. Sentire l’alito del mattino (del partner).
8. La sudorazione (del partner).
9. Portare a letto gli animali domestici.
10. Parlare nel sonno.
La verità sulle cose che più danno fastidio a letto, e di cui si lamentano le persone, è stata messa a nudo da un’indagine condotta per conto di una nota azienda britannica produttrice di letti, la Dreams. E “a nudo” è proprio il termine giusto perché, tra i diversi motivi di lamentela, quello dell’andare a dormire nudi è uno dei più citati.
Ma andiamo per gradi. Come detto, i principali errori che si commettono a letto sono 10, il cui elenco è stato riportato qualche giorno fa dal Daily Express.
Per quasi la maggioranza delle persone intervistate, uno dei maggiori fastidi a letto è il russare (del partner, ovviamente), sebbene il 44% di questi abbia ammesso di russare a sua volta… Segue, nella lista delle lamentele, la monopolizzazione del piumone – cosa che causa o troppo caldo o troppo freddo, a seconda dei casi e dei momenti.
Gli imbarazzi fisici non sono il solo motivo di lamentela: infatti anche i problemi portati a letto influiscono sul buon sonno e l’armonia di coppia. Sono, per esempio, le liti per la suocera invadente, le dispute sulla scelta delle vacanze, gli amici, i pettegolezzi e via discorrendo.
Queste liti finiscono per sfinire – passateci il gioco di parole – la coppia che mostra sempre più insofferenza, l’uno verso l’altra e viceversa. Si pensi che un 16% dei maschi intervistati ha detto che preferirebbe andare a dormire con un peluche piuttosto che con la moglie. Allo stesso modo, il 10% di sia lui che lei hanno dichiarato che preferirebbero la compagnia a letto di un animale domestico…
Le dispute e il malcostume a letto, per il 74% degli intervistati equivalgono a sette ore di sonno perse durante la settimana. Tuttavia, e nonostante le lamentele, oltre il 50% degli intervistati ha dichiarato che passa comunque momenti piacevoli a letto con il/la partner.
Se qualcuno in questo momento ha avuto pensieri maliziosi, be’, li riponga nel cassetto. Infatti, per la maggioranza dei partecipanti questi “piacevoli” momenti sarebbero dedicati alla lettura di un libro, a navigare in Internet, a giocherellare con lo smartphone o il tablet, a controllare la posta elettronica… Insomma, tutto meno che “quello”.
Infine, sia per le coppie sposate che per quelle conviventi, l’appuntamento a letto è un’occasione per discutere del futuro: il mettere su famiglia nel primo caso o decidere di sposarsi nell’altro.
Ma, alla fine, ecco i 10 motivi per cui spesso – se si potesse – si preferirebbe saltare la pausa notturna.
1. Russare.
2. Monopolizzare il piumone.
3. Dormire nudi.
4. Agitarsi.
5. Occupare la parte del letto del partner.
6. Essere esposti agli spifferi.
7. Sentire l’alito del mattino (del partner).
8. La sudorazione (del partner).
9. Portare a letto gli animali domestici.
10. Parlare nel sonno.
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