sabato 15 giugno 2013

Sopracciglia: nuovo trend!

BARBARA FERRERO (ALLURE)
Scurite o alleggerite, ridisegnate con motivi geometrici o decolorate: dalle sfilate arrivano sempre nuove idee - frutto dell’inesauribile creatività dei make up artist -  per il look delle sopracciglia.

Non si esagera, quindi, parlando di tendenza, soprattutto per quanto riguarda il trucco dell’estate che le mette in grande risalto: piene e ben disegnate per rendere più intenso lo sguardo, ma soprattutto molto curate.
Se le sopracciglia sono naturalmente folte e marcate è sufficiente mantenere la linea nitida, utilizzando la pinzetta solo sulla parte inferiore: utile perché rimangano sempre a posto, un gel fissante come Double Fix mascara di Clarins. Se invece sono rade e sottili  si possono riempire i vuoti con leggeri tratti di matita, meglio se specifica come Superfine Liner for Brows di Clinique con punta ultra-sottile, oppure ridisegnarle riempiendo i nuovi contorni con un ombretto. Chanel ha riunito nel kit Le Sourcil tre tonalità in polvere per ottenere un colore “su misura” e tre accessori: pinzetta, spazzolino e un applicatore smussato.

Le sopracciglia più spesse e pronunciate sono un trend da interpretare in sintonia con la personalità e con l’età, soprattutto se la priorità assoluta è ringiovanire lo sguardo: con un leggero sfoltimento infatti si può ottenere un immediato effetto lifting, da enfatizzare poi  applicando su tutta la palpebra una tonalità chiara e luminosa. Per non indurire i lineamenti, è importante anche il colore che si usa per i ritocchi: deve essere sempre leggermente più chiaro di quello naturale. Un’idea per chi vuole osare? Rivestirle con un ombretto glitterato, quindi pettinarle con l’apposito pettinino su cui è stato spruzzato un velo di lacca, per un look scintillante.

(a cura di ALLURE)

I segreti di una grigliata non cancerogena

La carne cotta alla griglia può essere dannosa per la salute, ma si può ridurre questo rischio seguendo alcuni semplici accorgimenti. Gli esperti spiegano perché la carne diventa cancerogena e come rimediare questo
LM&SDP
Con l’arrivo della bella stagione si moltiplicano le occasioni per state all’aperto in compagnia e per le varie scampagnate e pic-nic.
Una consuetudine, seguita da molti, è quella di preparare una grigliata di carne (detta anche “alla brace” o barbecue). Tuttavia forse ancora non tutti sanno che la carne cotta in questo modo sviluppa alcune sostanze ritenute cancerogene e collegate ai tumori del seno, dello stomaco, della prostata e del colon.

Il rischio di cancro, secondo gli esperti del Dana-Farber Cancer Institute, è generato da due fattori principali: uno è che le carni rosse in genere, quella di maiale, il pollame e anche il pesce, quando cotte ad alte temperature convertono le proteine in ammine eterocicliche (HCA). E sono proprio questi prodotti chimici a essere stati collegati a un certo numero di tumori.
Il secondo fattore sono gli idrocarburi policiclici aromatici (PAH) che si trovano nel fumo. I PHA (o IPA) si formano in particolare quando il grasso e i succhi delle carni sgocciolano sulla fonte di calore o cottura. Il fumo che s’innalza da questo processo può aderire alla superficie della carne e contaminarla, rendendola potenzialmente cancerogena.

«Succede che l’alta temperatura può cambiare la forma della struttura delle proteine nella carne, che così diventa irritante per il corpo ed è considerato un cancerogeno chimico – spiega nella nota DF Stacy Kennedy, nutrizionista Dana-Farber – Ecco dove si sviluppa nella grigliata il principale composto che causa il cancro. E allo stesso modo si deve ridurre l’esposizione [della carne] al fumo».

Di seguito alcuni suggerimenti del Dana-Faber per ridurre il rischio:
- Preparare la carne: scegliete tagli di carne magri, invece di varietà ad alto contenuto di grassi come costole e salsiccia. Togliere tutto il grasso in eccesso e rimuovere la pelle.
- Quando si utilizza la carne marinata, più sottile è meglio è. La carna marinata più spessa ha la tendenza a carbonizzare: questo fa aumentare l’esposizione ai composti cancerogeni.
La carne marinata migliore è quella che contiene aceto e/o limone. Queste sostanze creano una barriera protettiva intorno alla carne.
- Nel caso, scongelare la carne prima di cuocerla. Ciò riduce anche il tempo di cottura.
- Cucinare prima e parzialmente la carne e il pesce in un forno a microonde per 60-90 secondi alla massima temperatura, e poi buttare i succhi prodotti. Questo ridurrà il tempo di cottura e il rischio di provocare fiammate e fumo.
- Una volta  sulla griglia, capovolgere spesso l’hamburger (una volta al minuto per gli hamburger di carne) per prevenire che si bruci o carbonizzi.
- Collocare il cibo ad almeno 6 centimetri dalla fonte di calore.
- Creare una barriera per impedire la fuoriuscita di succhi e produrre fumo nocivo. Si può provare a stendere sulla griglia un foglio di alluminio con dei fori, o la cottura su pietra.
- In linea generale, scegliere carni magre che sgocciolano meno e provocano meno fumo. Piccoli tagli di carne, come gli spiedini, per esempio, richiedono meno tempo per cucinare.
- Se vogliamo evitare le sostanze nocive, anziché la carne facciamo grigliare le verdure preferite. Esse non contengono la proteina che forma gli HCA nocivi.

Insomma, se seguiamo alcuni semplici accorgimenti, possiamo ridurre il rischio di cancro senza ridurre il piacere di una mangiata con gli amici.

sabato 8 giugno 2013

Taglio corto: sei veramente pronta?

DANIELA GIAMBRONE (ESTETICA)
Ci siamo. Primavera ed estate sono i periodi dell'anno che ci invogliano di più a osare un cambiamento, che spesso per noi donne coincide con un rinnovamento dell'hairlook. In particolare, tagliare i capelli in maniera decisiva è sempre una scelta che ci affascina, ma allo stesso tempo ci intimorisce. Sicuramente, fra le proposte moda, il corto anche per la primavera/estate 2013 conta numerose soluzioni, dalle più radicali, che puntano soprattutto su uno styling mosso delle ciocchette, a quelle un po' più morbide, con ciuffi corposi, frange asimmetriche o finti bob. C'è solo l'imbarazzo della scelta, ma qual è il corto più adatto a noi? E soprattutto, siamo davvero pronte? Ecco i pochi step che è meglio seguire prima di fare il grande passo.

1 - Il finto caschettoè il primo passo verso un modo nuovo di vedersi allo specchio. Se i capelli sono abbastanza lunghi, si può iniziare a vedere come sta il proprio viso con lunghezze ridotte simulando un caschetto con l'aiuto di qualche pinza ed elastico. Ci sono anche diversi tutorial in rete che spiegano come realizzarlo facilmente.
2 - L'effetto parruccaSe invece i vostri capelli non sono lunghi abbastanza per simulare un finto carré, si può ricorrere alla parrucca, che in maniera semplice e immediata ci mostra come staremmo con un taglio più o meno deciso.
3 - Individua il tuo taglioè una pratica che non scomparirà mai: guardare le celeb e scegliere il taglio che secondo noi potrebbe donarci. Utilizzare la foto di un esempio pratico è un buon modo per spiegare al nostro stilista cosa vorremmo senza fraintendimenti. Ma attenzione: non pretendere che si possa ottenere lo stesso identico risultato. Il nostro viso, i nostri capelli, il nostro colore sono tutti elementi diversi che necessariamente richiedono un adattamento del taglio scelto alla nostra fisionomia.
4 - Parla con il tuo stilistaPortare la foto del nostro look ideale però non basta. Prima di avventurarci in un taglio senza ritorno, è una buona idea quella di raccontarsi al proprio stilista, spiegando quali sono le nostre abitudini: se solitamente usiamo prodotti per i capelli oppure no, se andiamo spesso in palestra o in piscina, se abbiamo figli, gli orari che scandiscono la nostra giornata, il tipo di lavoro che facciamo. Tutte informazioni che aiuteranno l'hairstylist a capire se il corto è davvero la soluzione giusta per noi, a prescindere dall'aspetto estetico.
5 - Vantaggi e svantaggiIl corto è senza dubbio pratico, ma rispetto ai capelli lunghi richiede una manutenzione diversa. Più uso di prodotti specifici per capelli, una frequenza in salone più ravvicinata, una maggiore manualità nello styling. Tutti fattori da mettere in conto e valutare in relazione al nostro stile di vita.

Arriva il leccalecca al gusto latte… di mamma

La fantasia non ha limiti, a quanto pare.
E quella di un’azienda statunitense, tale Lollyphile Company, è davvero sorprendente: avrebbe infatti immesso sul mercato un nuovo leccalecca al gusto di latte materno.

Forse qualcuno ne sentiva la mancanza, o forse no, fatto sta che il nuovo leccalecca non sarebbe necessariamente destinato a un pubblico di bambini – come verrebbe naturale pensare – ma soprattutto ai consumatori adulti – forse nostalgici o forse perché non hanno avuto il piacere di gustare il latte di mamma da piccoli.

In realtà, così come dichiarato dai produttori nel comunicato stampa, l’idea di produrre un leccalecca al sapore di latte materno sarebbe venuta dalla constatazione che il latte è in grado di calmare anche il bambino più rabbioso, trasformandolo in un docile cucciolo. Così hanno iniziato la ricerca del “sapore perfetto”.

Dall’azienda, per buona pace dei vegani, fanno sapere che in realtà di latte dell’“animale” uomo nel leccalecca non ce n’è, ma che c’è solo il sapore di questo. Un sapore «celestiale», come l’hanno definito che è derivato dopo che i pasticceri della Lollyphile hanno analizzato il vero latte materno donato da alcune mamme.
Per chi volesse provare e giudicare, il leccalecca è acquistabile direttamente sul sito, a questo indirizzo. http://www.lollyphile.com/collections/limited-edition/products/breast-milk-lollipops
Nel caso, fateci sapere com’è andata.
http://www.lastampa.it/2013/06/07/scienza/benessere/lifestyle/arriva-il-leccalecca-al-gusto-latte-di-mamma-dUySC8d8es2JtpzA21lyZM/pagina.html



sabato 1 giugno 2013

Intolleranza al lattosio: cos’è, come affrontarla


LM&SDP
Si fa presto a dire “intolleranza al lattosio”, ma siamo sicuri si tratti proprio di questo disturbo quando avvertiamo certi sintomi?
Partendo dal presupposto che non si tratti soltanto di una somatizzazione mentale – come suggerito da uno studio di qualche tempo fa – analizziamo insieme agli esperti quali sono i sintomi reali e le semplici strategie da adottare in caso di accertata intolleranza.

L’intolleranza al lattosio è in sostanza l’incapacità di digerire lo zucchero presente nel latte e in altri prodotti caseari o derivati del latte. Quasi la maggioranza degli zuccheri presenti nel latte (il 98%) infatti è costituita dal lattosio.
Il problema si manifesta quando vi sia nell’organismo una carenza dell’enzima Lattasi. Questi è responsabile del processo di metabolizzazione del lattosio nell’intestino tenue, per cui se manca si hanno dei problemi. Il problema, secondo gli esperti, si manifesta subito dopo lo svezzamento, tappa in cui circa il 75 per cento delle persone perde l’enzima lattasi.

Come in parte riportato da uno studio pubblicato sul Scandinavian Journal of Gastroenterology, questo tipo di intolleranza non è equamente distribuita tra la popolazione mondiale: se è un problema per soltanto il 3 per cento circa degli scandinavi, si arriva a quasi al 100 per cento tra le popolazioni asiatiche o i nativi americani. In Italia l’incidenza varia dal 20 al 50 per cento, a seconda delle zone.

Da non confondere con l’allergia, dove vi è un problema con le proteine del latte, l’intolleranza si manifesta con alcuni sintomi tipici – anche se molte persone che presentano una carenza di lattasi sono asintomatiche.
Primo tra tutti i sintomi è la diarrea che colpisce fulminea chi abbia problemi di lattasi. Questo sintomo si manifesta per via dell’azione osmotica promossa dal lattosio non digerito che richiama molta acqua che non viene assorbita e, quindi, poi espulsa con le feci.
Altri sintomi comuni sono i crampi addominali, il gonfiore addominale, la flatulenza e la nausea.
I sintomi possono essere più o meno gravi a seconda della misura in cui il problema lattasi interessa un individuo.

Ma come fare per capire se si è intolleranti al lattosio?
Gli esperti della Mayo Clinic, per esempio, suggeriscono di tenere anzitutto d’occhio i sintomi  – come quelli succitati – che si possono manifestare dopo il consumo di latte o prodotti derivati.
In questo caso, verificare se si tratta di un problema legato a questo tipo di prodotti alimentari è abbastanza semplice: basta eliminare dalla dieta questi cibi e osservare se i sintomi si ripresentano.
In assenza di sintomi gravi, la maggior parte dei pazienti non ha bisogno di rivolgersi a uno specialista, o sottoporsi a esami diagnostici.
Altra questione da prendere in considerazione è la possibilità che i sintomi dell’intolleranza si sovrappongano a quelli, per esempio, della sindrome del colon irritabile (o colite) o la malattia di Crohn. In questi casi, per fugare eventuali dubbi, si può ricorrere a un test del respiro all’idrogeno.

Una volta che si è accertato di essere davvero intolleranti al lattosio, si possono attuare tutte le strategie di controllo del problema.
Per esempio, secondo gli esperti della Mayo Clinic, si possono assumere prima dei pasti degli integratori di lattasi: in questo modo si possono ridurre, se non addirittura eliminare, i sintomi associati all’intolleranza. Questo è un rimedio per tutti coloro che non vorrebbero rinunciare al latte e i suoi derivati – anche per chi intende assorbire il Calcio con questi alimenti.
Se è quest’ultimo il problema, è bene ricordare che il Calcio non è contenuto soltanto nel latte e derivati, ma anche in cibi come broccoli, cavolo, salmone, arance, fagioli, rabarbaro, spinaci, sostituti vegetali del latte come quello di soia o di riso e tutti i prodotti arricchiti di Calcio come pane e succhi di frutta.
Dalla Mayo Clinic ricordano tuttavia che gli integratori di lattasi non funzionano con tutte le persone.

Come suggerito da diversi studi, un’altra strategia per combattere l’intolleranza al lattosio è, partendo da pochissime quantità, quella di introdurre poco per volta il latte nella propria alimentazione. Ricerche condotte su pazienti con questo problema hanno mostrato che in molti casi si tornava a tollerare il lattosio – basta non avere troppa fretta.

Se il problema è anche l’assorbimento di vitamina D, altri cibi che la contengono sono le uova, il fegato e lo yogurt – che è noto possono assumere anche gli intolleranti al lattosio, dato che questo è già stato degradato dai batteri presenti nell’alimento. Infine, non dimenticare che l’esposizione ai raggi solari permette di sintetizzare questa preziosa vitamina.

Altre strategie suggerite dalla Mayo Clinic sono l’assumere – in piccole dosi – il latte o i prodotti derivati insieme ad altri cibi: in questo modo è più facile che siano digeriti. Poi, si possono “saggiare” diversi tipi di prodotti caseari, dato che il contenuto di lattosio varia da tipo a tipo – per cui non è detto che tutti facciano male. Infine, tenere presente che non tutti i prodotti di questo genere contengono lattosio – ne esistono infatti sul mercato creati apposta a ridotto contenuto o anche in totale assenza.

Ultimo consiglio è quello di leggere sempre bene le etichette dei prodotti alimentari che ci si accinge a comprare perché spesso non solo si utilizza il latte, ma il lattosio può essere nascosto nei diversi ingredienti.

mercoledì 29 maggio 2013

Patate: costano poco, valgono tanto


Secondo i nutrizionisti le patate possono essere uno dei migliori “supercibi”. A fronte di un prezzo relativamente basso, possono offrire molto per la salute grazie al loro buon contenuto di Sali minerali, vitamine e fibra
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In tempi di crisi anche la dieta può essere messa a rischio, e di conseguenza la propria salute.
Cercando di risparmiare denaro a tutti i costi si può essere tentati di risparmiare sulla qualità degli alimenti che si portano in tavola. Ma, per fortuna, basso costo non sempre significa scarsa qualità: è il caso delle patate.

Secondo i nutrizionisti e gli esperti dell’Università di Washington (WU), le verdure dovrebbero avere un posto di riguardo sulla tavola, e non è detto che queste debbano per forza essere sempre le stesse, ma soprattutto le più blasonate.
Le patate, per esempio, sono un buon compromesso tra risparmio e offerta – dove per “offerta” s’intende cosa possono offrire in termini di nutrizione e salute.

Il dottor Adam Drewnowski e colleghi della WU, hanno stilato quello che secondo loro era il profilo ideale di una serie di 98 tipi di verdure, analizzando la combinazione di profilo nutrizionale con il prezzo d’acquisto. Dopo questa analisi è stato creato un “indice di accessibilità” in base alle sostanze nutritive in esse contenute e il costo unitario.
Le quasi cento verdure sono poi state suddivise anche in cinque sottogruppi in base a al colore (verde scuro, rosso, arancione…) e in base al tipo (legumi, farinacei e altro).

I risultati dello studio sono stati pubblicati sulla rivista PLoS ONE e suggeriscono che quanto a densità di nutrienti, vincono le verdure verde scuro. Queste, su tutte, contengono il maggior numero di sostanze benefiche e possono competere, in base a ciò, con tutte le altre.
Ma le patate, hanno le loro frecce all’arco: offrono una delle più basse opzioni di costo per quattro sostanze nutrienti chiave, tra cui potassio, fibre, vitamina C e magnesio. Anche i fagioli sono risultati una fonte a basso costo di potassio e fibre – tuttavia non quanto le patate.

«La possibilità di identificare verdure ricche di nutrienti ma convenienti è importante per le famiglie, concentrate sul risparmiare – spiega il dottor Drewnowski – […] E, quando si tratta di alimentazione a prezzi accessibili, è difficile battere le patate».

Lo studio, che è stato finanziato dalla US Potato Board, si aggiunge alla crescente banca dati della Scienza della Nutrizione che supporta l’utilizzo della patate in una dieta salutare.
Le patate sono poco caloriche, per esempio: una patata di medie dimensioni contiene soltanto 110 calorie per porzione. Non contengono sodio (importante per non far alzare la pressione arteriosa) e colesterolo. Quanto a potassio, di solito siamo portati a prendere in considerazione le banane, tuttavia se una banana contiene circa 450 grammi di potassio, la patata ne contiene 620 grammi.
Infine, le patate forniscono circa la metà della dose giornaliera raccomandata di vitamina C.
Ecco quindi tutta una serie di motivi in più per non dimenticare le patate la prossima volta che andremo a far spesa.

sabato 25 maggio 2013

Pancia: i suggerimenti per la prova bikini


Secondo un nuovo studio, eliminare il grasso addominale è semplice e veloce. Basta seguire alcuni consigli, insieme a una dieta sana e un poco di esercizio quotidiano
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Tutti sappiamo che dobbiamo fare attenzione all’eccesso di calorie se vogliamo conservare un fisico asciutto e una pancia piatta. Quello che però non sappiamo è che alcuni tipi di grassi (sì, avete capito bene: proprio i grassi) possono aiutarci a smaltire la tanto temuta “pancetta” – per lo meno questo è quanto riporta l’Huffington Post.

Di cosa stiamo parlando? Ma dei grassi “buoni”, ovviamente. Come, per esempio, gli acidi grassi monoinsaturi (MUFA) che, se assunti in tempo o, meglio ancora, come preventivo possono evitare l’insorgere dei salsicciotti addominali.
Secondo quanto riportato recentemente sulla rivista Diabetes Care le persone che assumevano quotidianamente una buona quantità di acidi grassi monoinsaturi (25 per cento) non erano soggette ad aumento del grasso viscerale. Al contrario, quelli tra cui prevaleva nella dieta un maggior numero di carboidrati, rispetto ai grassi (seppur monoinsaturi), mostravano un aumento evidente del girovita.

Tra gli alimenti più ricchi di questi preziosi elementi – alleati dunque della linea – ricordiamo l’olio di oliva, di nocciola, di fegato di merluzzo, di semi vari e di avocado. Ottime fonti sono anche mandorle, nocciole, noci pecan, semi di girasole, pinoli eccetera. Questi ultimi, contengono anche buoni quantitativi di acidi grassi polinsaturi. Otteniamo, in questo modo, un prodotto completo che, tra le altre cose, svolge anche un ruolo fondamentale nel fornire un senso di sazietà.
Se si vuole perdere peso, quindi, si potrebbero fare alcuni spuntini con i pinoli una mezz’ora prima dei pasti. In questa maniera ci si sentirà già un po’ sazi e si mangerà molto meno durante i pasti principali.

Un altro fattore cui bisogna porre molta attenzione è la gestione dello stress. Più siamo suscettibili ai cambiamenti della vita e ai problemi di varia natura, più i livelli di cortisolo – l’ormone dello stress – aumentano e con esso anche l’adipe addominale. Allo steso modo, gli alimenti che hanno un alto indice glicemico (IG) causano picchi elevati di zuccheri nel sangue e, di conseguenza, un aumento del cortisolo. Ecco che diviene importante scegliere cibi con IG medio-basso per evitare ripercussioni sia sulla salute che sulla linea. Tra questi ricordiamo i legumi come ceci, fagioli e lenticchie, oppure cereali come il riso bianco. Ottime anche le patate cucinate in tanti modi diversi.

Altro elemento importante è il tè verde. Riferisce dei suoi benefici uno studio dello scorso anno apparso sul Journal of Functional Foods che aveva dimostrato come le persone che bevevano quotidianamente del tè verde arricchito con oltre 600 milligrammi di catechine, in soli tre mesi erano riusciti a ridurre il grasso addominale di ben sedici volte. I risultati erano evidenti bevendo da un minimo di due tazze a un massimo di quattro al giorno.
Nel valutare le motivazioni dell’eccesso di grasso addominale bisogna anche tenere in considerazione l’eventuale livello di Calcio nel nostro organismo. Se si assumono i latticini, per esempio, viene prodotto un ormone che comunica al corpo di immagazzinare il grasso viscerale.
Questo accade solo quando i livelli di Calcio sono insufficienti. Infatti il Calcio riduce vistosamente l’attività di questo ormone. Per aumentare la quantità di Calcio nel nostro organismo si consiglia di assumere alimenti che lo contengono in buona quantità. Cibi che permettono di assorbire meglio questo minerale.

Tra gli esercizi più benefici, ci sono la corsa, la camminata e l’andare in biciletta. Fare soltanto i classici addominali, infatti, permette la tonificazione muscolare ma non brucerà l’adipe in eccesso. Secondo L’Università Duke mezz’ora di camminata al giorno per otto mesi permette di non accumulare grasso a livello addominale. Il jogging, invece, sembra che permetta persino di ridurlo del 7 per cento.
Un altro studio, condotto dall’Università del Minnesota ha preso in esame delle donne in sovrappeso che, dopo aver fatto due volte a settimana otto-dieci tipi di esercizi che coinvolgevano e tonificavano la maggior parte dei muscoli, hanno visto ridurre di ben il 67 per cento il grasso viscerale.

Questi semplici accorgimenti possono aiutarci a prevenire e ridurre il grasso addominale che, come ben sappiamo può portare, con il passare del tempo, a notevoli scompensi fisici.
È bene comunque dire che con l’avanzare degli anni, e in particolare dopo la menopausa, un fisiologico aumento del grasso addominale è perfettamente normale.
Quindi via libera a cibi salutari, tisane ed esercizi per mantenersi in forma, senza però l’ossessione di dover ottenere una pancia piatta come a vent’anni.
http://www.lastampa.it/2013/05/24/scienza/benessere/lifestyle/pancia-i-suggerimenti-per-la-prova-bikini-vh86ogRGOdxwaBSqQ8QEKJ/pagina.html